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Le prime parole


Quali sono le fasi per arrivare ad apprendere il linguaggio? Ne parliamo con il Dott. Pizzoli di Servizi in Zona
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I bambini a 1 anno iniziano a dire le prime paroline: “mamma”, ”babbo”, “pappa”, “nonna”.
Non sempre sono paroline pronunciate in modo adulto. Infatti, per parole più complesse, in questa fascia d’età i bambini utilizzano delle semplificazioni fonologiche: diranno “acca” al posti di “acqua”, e via dicendo.

Non bisogna confondere le prime parole effettive (che mai compaiono prima di 1 anno, a volte anche a 1 anno e mezzo) con le vocalizzazioni che il bambino fa tra i 3-5 mesi prima e 8-9 mesi poi.
In queste due fasce temporali che precedono l’anno di età, infatti, il bambino scopre letteralmente la voce. Si accorge di avere dentro di sé uno strumento musicale che può attivare con facilità (strilli, gorgheggi, ecc) e senza muovere un dito questi suoni suscitano reazioni immediate nell’adulto. Diciamo che il bambino capisce l’efficacia di questo mezzo comunicativo e pensa questo: “facendo un semplice gorgheggio la mamma è venuta subito e mi ha risposto con la sua voce, allora io ho fatto un altro gorgheggio e abbiamo iniziato un dialogo di suoni e sorrisi”.
Più o meno potrebbe essere questo quello che passa per la testa di un bambino di 3-5 mesi che inizia ad associare che ad ogni sua produzione vocale corrisponde una reazione immediata dell’adulto.

In realtà a 3-5 mesi il bambino è già in grado di fare più che semplici gorgheggi. Infatti si trova in una fase chiamata lallazione canonica (o babbling canonico) in cui sostanzialmente ripete consonanti e vocali (es: ”nanana..”) proprio per esplorare e allenare l’utilizzo dell’apparato fonatorio.
Dopo, verso gli 8-9 mesi invece si trova nella fase di lallazione variata (babbling variato) in cui le combinazioni di consonanti e vocali sono un po’ più elaborate, e soprattutto il bambino inizia a riprodurre solo le possibilità e le combinazioni sonore della propria lingua madre; come se già iniziasse a prendere un’impronta linguistica specifica (suoni dell’italiano vs suoni del francese, ecc)

Quindi in pochi mesi assistiamo a una graduale “specifizzazione” dei suoni linguistici. Infatti nella fase di lallazione canonica teoricamente il bambino è in grado di poter riprodurre qualsiasi tipo di suono, anche se poi non ha ancora un apparato fonatorio e motorio così sviluppato. In lallazione variata invece diminuisce le proprie capacità ‘imitative’ alle sole possibilità sonore della lingua a cui è stato esposto fino al quel momento.
Quello che è importante capire però è che il bambino, anche se sembra inerte, invece compie un grande lavoro di ascolto, di imitazione, è come una spugna che assorbe tutti i suoni che ruotano intorno a lui.
Per questo è importante che i genitori con lui si relazionino attraverso il suono della voce. Perché il bambino è naturalmente portato ad avere un’attenzione enorme verso la voce dei genitori, proprio perché egli dovrà imparare per semplice imitazione a parlare una lingua.

Perciò potremmo dire che il bambino è sempre con le orecchie tese ad ascoltare, catalogare i suoni, ad esplorare le sue possibilità, a mettere in relazione i suoi vocalizzi e le reazioni del mondo adulto. Il bambino è uno sperimentatore, e quindi come tale non bisogna negargli la possibilità di fare ciò.
Ecco perché è importante vocalizzare con in bambini. In questa prima fase non è così importante ciò che si dice, ma come lo si dice: un tono di voce giocoso, molto variato, proprio per aiutarlo a tenere viva l’attenzione sul suono stesso.
Anche perché più produttiva e variegata sarà la fase di lallazione variata, più il bambino sarà predisposto all’apprendimento del linguaggio vero e proprio.

In sostanza il linguaggio è qualcosa che il bambino impara nella relazione. I genitori non sono insegnanti che spiegano a tavolino la pronuncia di ogni singola parola esistente (altrimenti credo nessuno di noi parlerebbe perché saremmo morti di noia), ma sono genitori. E la cosa migliore che possono fare è dare relazione al bambino. Perché il linguaggio lo si apprende nella relazione duale con imitazione e scambio.
Il tutto sempre in modo giocoso, spontaneo, amorevole. Non deve esserci la finalità di insegnare per forza qualcosa, ma godersi semplicemente lo scambio comunicativo. Il resto lo fa il bambino, noi dobbiamo solo offrirgli il nostro tempo.

a cura del Dott. Elia Pizzolli, Logopedista


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