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Cibo-corpo-peso


Cosa si nasconde dietro ai disturbi del comportamento alimentare?
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Chi non avrà mangiato più del solito durante le feste natalizie appena trascorse? Rientra nella normalità, nella tradizione... e da gennaio si fanno i conti con la bilancia!
Ma quando il pensiero del peso diventa davvero ossessivo, è proprio quello il problema da trattare o c'è dell'altro sotto?
Ecco una riflessione sul significato del sintomo, a cura della Dott.ssa Sara Silvan, Psicologa.di Servizi in Zona.

Basta sfogliare qualche pagina di una rivista o girovagare sui siti web che saltano fuori parole come dieta, cibo, calorie, peso e, con esse, i disturbi a loro correlati, chiamati come Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA).

Eppure, nonostante se ne senta parlare così tanto, sugli stessi giornali vediamo scritto: “malata di anoressia muore a 26 anni...pesava 28 kg” (da La Repubblica, 06/09/2018). Ancora un numero è quello che compare sul titolo. Ciò che emerge solo dopo (e non sempre), è la storia e soprattutto la sofferenza atroce di quella vittima che si è lasciata andare alla morte. Come mai continuano ad accadere episodi del genere? Cose succede nella mente di queste persone? E, come mai nessuno riesce a salvarle? Qualcosa non torna.

Andiamo a ritroso cercando di capire cosa sono i disturbi alimentari. I DCA sono le manifestazioni di un disagio profondo che viene espresso attraverso il corpo. I sintomi ruotano attorno al cibo, al corpo e al peso. Proprio per questo spesso i DCA vengono scambiati per malattie dell’appetito: in realtà essi “sono la manifestazione di un disagio difficilmente visibile e comprensibile che coinvolge e sconvolge la sfera psicologica e fisica”. 

Pensare in modo ossessivo al “cibo-corpo-peso” diventa un anestetico che permette di non sentire la sofferenza e di non affrontare il problema reale: rappresenta una sorta di auto-cura. La realtà per queste persone è troppo dolorosa per essere vissuta e il sintomo assume quindi il ruolo di fonte sicura con il quale proteggersi.
Alla luce di quest’ottica, la morte fa meno paura rispetto al vivere in quanto quest’ultimo comporta doversi far attraversare da un dolore che, se espresso, non sarebbe contenuto.
Ho sempre pensato che chi si lasciava morire o sceglieva di togliersi la vita, fosse perché odiava la stessa vita ma, ho capito che in realtà le cose stanno in maniera diversa: appoggio coloro che sostengono che chi compie gesti estremi, non è perché odia la vita ma, al contrario, perché l’ama così tanto ed è così affamato di essa, che non si accontenta di viverla mediocremente. Vorrebbe abbracciarla tutta ma, potendola abbracciare solo un po', preferisce non abbracciarla affatto: la logica del tutto/nulla, aspetto cardine sui cui si basa il sintomo.

Coloro che si accaniscono su queste persone cercando di far loro ingurgitare cibo per farle salire di peso considerando solo questo aspetto, andranno sempre e comunque in fallimento perché non è di solo cibo che esse hanno bisogno ma ciò di cui hanno davvero bisogno è di essere abbracciate dal calore di due braccia, di sentire sul viso la tenerezza di una carezza e di un bacio. Ciò di cui hanno bisogno è di “sentirsi a casa da qualche parte” e prendersi per mano sapendo che dall’altra parte c’è qualcuno che le accoglie e le sostiene nel difficile percorso che si chiama VITA.


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