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A scuola di felicità


Se insegnassimo l’Empatia, come cambierebbe la nostra società? L'esempio della scuola in Danimarca. Di Elisa Staderini
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Se lo sono chiesto i danesi, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) il popolo più felice della terra da oltre 40 anni, che dall’inizio degli anni 90 hanno inserito nelle scuole l’ora settimanale di Empatia.

A cosa serve questa “materia”?
L’ empatia come strumento per ascoltare gli altri e parlare delle problematiche tutti insieme, trattando i problemi in maniera collettiva, attivando il NOI al posto dell’IO. Questo momento non viene dedicato solo all'ascolto, ma anche agli abbracci e addirittura ai massaggi.
L’empatia come strumento per apprendere il non giudizio. Evitare di giudicare bambini, amici, i familiari, o sconosciuti promuove la tolleranza in un ambiente dove si privilegia l’autenticità anche se a volte vuole dire mostrarsi fragili.
I ragazzi danesi imparano fin da piccolissimi a crescere meno critici verso gli altri e, di riflesso, meno critici verso sé stessi, abbattendo il giudizio negativo, un pericoloso programma bloccante installato spesso nell’inconscio. Proprio in base al giudizio negativo noi agiamo sentendoci “non abbastanza”, “di poco valore”, “sbagliati” ecc.
Ma in Danimarca si insegna appunto che sbagliando si impara, superando così la paura del giudizio e le proprie insicurezze. Ciliegina sulla torta il test della felicità, perché il benessere dei ragazzi ha ben più valore del voto alto nelle varie discipline!
Anni di ricerca e statistiche su queste metodologie applicate nelle scuole danesi dimostrano come il rendimento scolastico sia il migliore europeo, come i ragazzi siano sicuri di sé e come si sentano a proprio agio con sé stessi e con gli altri, o come il fenomeno del bullismo sia quasi inesistente.

In Italia non abbiamo ancora programmi ministeriali che prevedano l’ora di Empatia né quella di Meditazione, ma potrebbe essere utile da parte dei singoli insegnanti dedicare spazio a come i ragazzi si sentano in merito alle proprie capacità. E su come vivono le proprie emozioni e come riconoscere quelle di tutti gli altri.
Non solo quindi puntare al risultato in una costante competizione, ma anche spronarli a percepire, a sentire il gruppo, la classe... e poi la collettività intera lavorando sul NOI.
Imparare a leggere le emozioni degli altri è utile quanto leggere i libri: sapersi considerare uniti, lavorare in squadra, renderà più piena e più felice la vita dei nostri figli che sapranno condurci in un futuro ricco di collaborazione unitaria.
Un futuro diverso, per l'intera società.

Di Elisa Staderini
per approfondire Emozioni e blocchi inconsci: come riportarli in equilibrio e migliorare le nostre vite




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