Fiorentini si Cresce

Il giardino fatato


Veleni e pesticidi stanno uccidendo la natura. Ma ecco che le fate troveranno un modo per difendere il loro amato giardino. A cura di Paola Vergari
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Attorno ad un grande castello c’era un bellissimo giardino dove i fiori e le piante vegetavano tutto l’anno e il loro polline era una vera leccornia per gli insetti che vivevano lì. Le acque di due fiumiciattoli scorrevano tranquille e così trasparenti da sembrare specchi in movimento e soprattutto era abitato dalle fate. Era così bello che tutti lo consideravano un paradiso terrestre e gli abitanti del vicino borgo non osavano entrare in quel bel giardino per non sciupare la soffice erba che faceva da tappeto.
Solo un giardiniere poteva entrare.
Ogni mattina Sem entrava in punta di piedi nel giardino e al suo passaggio sentiva un piacevole ronzio attorno alla testa e ai suoi capelli neri da cui cadevano goccioline di rugiada che per qualche magia, non bagnavano il suo corpo.
Il giovane era stato scelto dal signore del castello per la sua aria semplice e quasi smarrita, ma soprattutto perché amava la natura.
La sua anima era talmente innocente che non si era accorto che le goccioline di rugiada erano le fatine dei fiori che lo ringraziavano del suo lavoro!
Sem era felice quando si inoltrava in mezzo a quei sentieri, inebriato del profumo dei fiori che accarezzava con le sue grandi mani. Non permetteva a nessuno, nemmeno al più piccolo insetto, di rovinare i petali colorati.

Un giorno, un grande calabrone nero si avvicinò a una rosa per succhiarne il nettare, ma la rosa abbassò subito il suo bel fiore e il calabrone non fece in tempo a riprendersi che cadde a terra. Le sue ali lo salvarono e subito volò vicino alla rosa e arrabbiato, le disse: ”Ma che ti salta in mente? Il tuo polline, lo sai è il mio cibo, io non posso vivere senza di te!”.
La rosa si scrollò e il calabrone avvicinandosi di nuovo, vide che qualcosa si muoveva all’interno dei petali: era una fatina paffutella che arrabbiata, non voleva che il calabrone turbasse il suo sonno in quel soffice letto giallo.
”Vai via, non vedi che sto dormendo? Ci sono tanti bei fiori... proprio qui devi venire!” Il calabrone ebbe quasi paura, non sapeva che le fate abitassero dentro i fiori.
Si allontanò per posarsi sulle spalle di Sem.
Il giovane giardiniere aveva il dono di comprendere il cinguettio degli uccelli, il frullo degli insetti ed il fruscio delle foglie.
Le fate del giardino gli avevano concesso questo dono per la sua simpatia.
“Sem” gli chiese il calabrone “come posso nutrirmi? Non posso più succhiare il nettare dei fiori perché disturbo le fate… Il polline però è la mia vita!”
Sem lo rassicurò e gli promise che avrebbe parlato con la Grande Fata per risolvere il problema.
Si recò nel grande rosaio dove abitava la regina delle fate.
Mentre si avvicinava al cespuglio delle rose, sentì un parlottio, rumori di petali che delicatamente si spostavano cadendo a terra e tintinnii di bacche che si aprivano per far cadere i loro semini.
Quando videro Sem, come per magia ci fu silenzio tutto intorno e lui poté con molta calma avvicinarsi alla Fata Regina che sedeva su una bella rosa bianca con tanti boccioli verdi che formavano la sua corona.
“Grandefata” disse” il calabrone vuole sapere come deve fare per avvicinarsi ai vostri fiori e succhiare il dolce nettere!”
La Grandefata spiegò allora a Sem che il consiglio delle fate aveva deciso che solo gli insetti che erano puri, ossia che non portavano su di se concimi e altre sostanze tossiche degli altri giardini avrebbero potuto nutrirsi del loro nettare.
Chi fosse entrato nel giardino non ne sarebbe più uscito per non essere contaminato, a meno che non si fosse prostrato ai suoi piedi per ricevere il permesso.

Sem riferì al calabrone le parole della Grandefata, ma il calabrone si sentì quasi umiliato per quella richiesta ed anche se capiva che entrare nel giardino e rimanerci per sempre sarebbe stato meraviglioso perché avrebbe potuto saziarsi ogni volta che aveva fame, giocare con gli altri insetti, insomma avrebbe avuto una vita felice, ma avrebbe perso la libertà.
Uscì da quel giardino a testa bassa e quasi non riusciva a volare. Il suo stomaco vuoto reclamava e intorno tutto era brullo, gli umani non avevano voglia di lavorare la terra e i fiori non avevano la forza di aprirsi, anche se il sole, ogni giorno, li incitava a non mollare.
Ma come facevano ad aprire le loro corolle se l’acqua non li dissetava? Così preferivano chiudersi in loro stessi e stramazzare sconsolati a terra.

Il calabrone incontrò due amiche api che erano nella sua stessa situazione e dopo un breve consulto, presero la più grande e sofferta decisione della loro vita: sarebbero entrati nel giardino delle fate e avrebbero accettato le condizioni, almeno si sarebbero salvati!
Svolazzando entrarono. ”Che meraviglia!” esclamarono,” ma qui è un paradiso per il nostro stomaco!”. Un folletto verde si avvicinò a loro per scortarli dalla Grandefata e lungo la strada disse: ”Avete pensato bene a cosa andate incontro? Non potrete più uscire da qui! Noi folletti faremo sempre la guardia e il nettare che succhierete dovrete in parte lasciarlo alla Grandefata che lo trasformerà in miele per lei e le sue fate!”Il calabrone e le api ormai avevano deciso: mangiare e vivere in cambio della libertà!

La Grandefata li accolse con entusiasmo e con la sua bacchetta li cosparse di una polverina magica che li depurò dai pesticidi degli umani e così poterono svolazzare felici nel giardino.
Sem non aveva assistito alla cerimonia, ma quando sentì nell’aria un profumo più forte dei suoi fiori, capì che altri insetti avevano preferito accettare la magia delle fate e vivere in un giardino fiorito piuttosto che volare a fatica per trovare un bel fiore su cui posarsi e rischiare contemporaneamente di morire per i veleni che gli umani usavano.
Il forte profumo fu accompagnato da un vocio felice: erano tutte le fatine dei fiori che ballavano, perché molti insetti erano venuti a coccolarle, entrando nelle corolle dei loro fiori.
Da quel giorno il giardino dei fiori divenne ancora più bello e magico, nessun pesticida poteva ucciderli e anche gli insetti seppur ricordavano le grandi avventure passate, non rimpiangevano di essere rimasti lì.
Sem ora aveva tanti amici con cui giocare e il suo lavoro era diventato divertente e piacevole.

Maria Gabriella Di Maggio




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