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L’art. 37 della Costituzione italiana stabilisce che alla donna lavoratrice devono essere assicurate tutte le condizioni che consentano “l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. Tuttavia per una donna non è facile rientrare al lavoro dopo il periodo di gravidanza, durante il quale la vita cambia, le priorità si modificano e tutto assume un altro significato.  Prima di tutto viene lui o lei, il nostro piccolo da accudire e al quale dedicare tutte le attenzioni. Il primo impatto da superare quando si torna in ufficio è quindi il distacco dopo un periodo di simbiosi, più o meno lungo, con il proprio figlio. Inoltre, si deve imparare a conciliare il nuovo ruolo di mamma con quello di donna lavoratrice, facendo in modo di non venire escluse da importanti mansioni o incarichi. A tal proposito gli esperti suggeriscono di puntare su un atteggiamento positivo e costruttivo, non mollando mai e tirando fuori tanta grinta. E così ci sarà chi non avrà problemi e si sentirà in sintonia con il proprio ambiente lavorativo chi invece faticherà di più e, in tal caso, potrà usufruire anche del supporto di community online in cui confrontarsi con altre donne oppure di diverse associazioni dedicate al sostegno delle donne per il rientro nel mondo del lavoro, per valutare insieme le offerte di lavoro a Roma, come in ogni altra città italiana. Inoltre, se ce n’è bisogno, conviene rivolgersi ad un esperto per conoscere la normativa e capire quindi quali sono esattamente i propri diritti, in modo da farli valere.
Un ulteriore aiuto arriva dall’assegno di maternità dello Stato e dei Comuni, concesso in presenza di determinati requisiti. Per richiedere l’assegno comunale, innanzi tutto, la mamma non deve aver percepito nessuna indennità o assegno di maternità, quindi non doveva lavorare, o al massimo aveva un’attività lavorativa ridotta, alla nascita del bimbo. L'assegno non è cumulabile con altri trattamenti previdenziali fatto salvo l’eventuale diritto a percepire dal Comune la quota differenziale e spetta alle cittadine italiane, comunitarie ed extracomunitarie in possesso della carta di soggiorno purché residenti in Italia.
Sostegni psicologici ed economici sono sicuramente fondamentali, soprattutto per chi fatica a mandare il proprio figlio all’asilo e non si può permettere una baby sitter. Purtroppo in Italia le liste d’attesa sono lunghe e spesso le rette troppo salate da sostenere. Mediamente si pagano 302 euro al mese, ossia circa 3 mila euro l’anno, se si considerano dieci mesi di frequenza, e un bambino su quattro non riesce ad accedere al servizio. Percentuale che tocca il record del 42% nel Mezzogiorno. Ecco dunque che il supporto dello Stato, così come quello di associazioni, acquista sempre più importanza, soprattutto per chi il lavoro non ce l’ha ed è alle prese con la ricerca di offerte di lavoro. In questo caso, anche il web diventa un grande alleato, grazie alle innumerevoli e diverse offerte di lavoro a Roma, Milano, Firenze, Torino, Napoli, Palermo e in tutte le città italiane, grandi e piccole.
 L’indagine di Cittadinanzattiva, in particolare, mette in evidenza le disparità esistenti fra le varie aree del paese: a Lecco, per esempio, la retta mensile di un asilo nido costa 537 euro, il triplo rispetto a Roma, il doppio rispetto a Milano e sei volte di più di Catanzaro. Notevoli differenze si riscontrano anche all’interno della stessa regione: in Veneto, la retta più salata si paga a Belluno (525 euro al mese per il tempo pieno), che supera di 316 euro quella di Venezia che invece è la città più economica. Non è da meno la Toscana, dove si riscontra una differenza di 148 euro tra Pisa, città più cara della regione e nella top ten delle più care d’Italia, e Grosseto, che invece è la più economica con una retta mensile pari a 275 euro, inferiore alla media italiana pari a 302 euro. Le famiglie toscane, mediamente, spendono 338 euro ogni mese per mandare il proprio figlio all’asilo e nella regione il 33% dei bambini è in lista d’attesa. Nell’anno 2010/11, in tutti i capoluoghi, le tariffe non sono variate rispetto al 2009/10. Fanno eccezione Pisa, che ha subito un aumento dell’1,92%, Firenze e Carrara (+2,8%). |