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Thotila l'immortale

Per riabilitare il suo nome, Rachel de Il giardino di Rachel ci presenta il re dei Goti che si racconta proprio qui, smentendo le menzogne a suo carico: ecco la vera storia che lo lega alla Firenze del lontano 500
Il mio nome è Abaduila. Fu scelto da mia madre come gesto affettuoso, uno dei pochi che abbia mai ricevuto nella mia vita.  Abaduila in goto significa infatti “piccolo uomo”.
Ho vissuto tutta l'infanzia a seguito della mia gente che si spostava di città in città, conquistando paesi con la violenza di un fulmine in piena estate. Non ho terra io, piccolo uomo, ma un’antica leggenda raccontata da mia madre narra di un giovane uomo, discendente dalla nobile famiglia ostrogota degli Amali, che un giorno di primavera sarebbe diventato re degli OstroGoti: eccomi, quello sono io.
Ma molte leggende nere sono state poi tramandate oralmente da illustri fiorentini. Mi dettero il nome di "Thotila l’immortale", ma per il mio popolo, i Goti io fui "Abramal Wair", il guerriero senza paura.

Le città di Firenze e Fiesole si trovano in un punto strategico sulla strada tra Ravenna e Roma. Per questo la loro conquista era voluta sia da parte del mio esercito che da quello bizantino. Nel 539 i Greci posero d’assedio la città di Fiesole mentre conquistarono Firenze nel 541.
Proprio in quell’anno portai l’esercito dei Goti verso la florida città del giglio. Ci accampammo nei pressi delle sue mura. Ma il terreno della nostra battaglia fu nel vicino Mugello. Lo scontro fra la mia gente e i Greci bizantini fu violento. Il sangue inondò le campagne della vecchia Etruria, ma alla fine avemmo in pugno la la vittoria. Ma non potemmo ancora entrare a Firenze perché era ancora in mano ai Greci.

…I’ fui de la città che nel Batista
Mutò ‘l primo padrone; ond’ei per questo
Sempre con l’arte sua farà trista;
e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui la vista,
que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ‘l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno…

Dante (Inferno – Canto XIII – 143,150).

“Flagellum Dei” (Flagello di Dio), così fui nominato dai miei nemici. In realtà era l’appellativo di Attila, re degli Unni, un sovrano violento assetato di sangue che combatteva i Bizantini sul fronte orientale della penisola.
Così, scambiato per un altro, si diffuse fra le popolazioni italiche la paura e il terrore di essere invasi da un essere demoniaco, ma non ero io!

I Bizantini ne approfittarono per denigrare la mia persona e reputazione. Si dice infatti, che Attila volle vendicare il suo compagno d’arme Catilina, distruggendo la città di Fiesole, ma soprattutto la vicina Firenze. Ma noi non la distruggemmo affatto! La assediamo solamente. E' evidente che i fiorentini sono troppo “orbi” per capire la differenza, ma ormai la mia immagine è stata segnata da questa terribile nomea...  

Non volli mai distruggere a ferro e fuoco la bella “Florentia” ma mi resi protagonista di un inganno pur di espugnarla. Organizzai un manipolo di uomini per un’ambasceria di pace, i Bizantini credettero che la mia resa fosse prossima. Presto riuscimmo ad entrare dalle porte settentrionali. I Greci volevano la mia testa, sarebbe stato il trofeo più ambito da offrire all’imperatore Giustiniano, perché sapevo perfettamente che non mi avrebbero mai fatto prigioniero.
Il mio esercito si era appostato proprio alle fauci meridionali della città, secondo il mio ordine, restava in attesa del segnale d’invasione. Compresi subito che non avrei avuto scampo, sicché quando fui accompagnato nella piazza principale di Florentia, il vecchio foro romano, detti il segnale ai miei uomini: una freccia infuocata si elevò sopra l’arco di trionfo che conduceva al lato sud di Firenze. E si scatenò l’inferno.

Tutti i Greci che presiedevano il lato nord si riversarono lungo il Cardo Massimo, io nel frattempo, sguainai la mia spada e insieme ai miei soldati più fedeli cominciai la battaglia nel cuore della città. Scorreva il sangue dei Bizantini sorpresi dalla mia mossa sul bianco marmo Adrianeo della strada che decorava il Foro, avevo anticipato il loro piano strategico. La mia azione era stata studiata con astuzia, però avevo ordinato ai miei Goti di non mietere vittime fra la gente locale! I fiorentini erano solo poveri spettatori di una guerra non voluta!
Presa Firenze, la lasciai il giorno seguente e da quel momento non rientrai più in città.

Ma le astuzie unite ai sotterfugi dei Bizantini crearono una leggenda nera su di me, naturalmente falsa e tendenziosa. All’esercito dei Greci faceva comodo far credere alla popolazione di Firenze quanto io fossi violento e sanguinario così che i fiorentini si sarebbero schierati dalla loro parte.
Io, Thotila, ero diventato un demonio colpevole di atroci martirii. Ero il simbolo dell’eresia ariana, in nome della quale uccisi Cristiani Ortodossi per divertimento e spregio! Io!

Si racconta che la sera che presi Firenze con l’inganno, organizzai un sontuoso banchetto nell’antico Tempio Capitolino ormai in rovina, nella chiesa dedicata alla Vergine Maria.
All’interno dell’area tanto sacra fu servito su uno scudo dei nemici un capretto arrostito, segno della sconfitta bizantina. E durante la festa sfrenata io, secondo la vile tradizione, avrei invitato al mio cospetto i capi dei bizantini, nostri prigionieri. Iniziai a formulare delle domande sulla loro fede e chiesi loro se fossero Cristiani Ortodossi. Alla mia richiesta risposero che credevano nella figura di Gesù Cristo, l’unico figlio nato dallo Spirito Santo, in Dio Onnipotente e nella Santa Trinità. Feci servire loro del capretto, dicendo che era la carne della vittima sacrificale...
 
I Greci si rifiutarono di mangiare quel cibo perché era un atto blasfemo secondo l’ortodossia: solo il corpo di Cristo era il simbolo del sacrificio. Cominciai allora a chiedere come potesse essere divino il corpo di un uomo, fatto di carne e sangue. E continuai il mio discorso dicendo che se avessi sgozzato uno di loro avrei emulato il sacrificio dell’Agnus Dei.

A quelle parole una vecchia donna del popolo scappò inorridita dalla stanza correndo sulle gradinate del Tempio. Urlò a squarciagola che Thotila, il re dei Goti era il figlio del demonio! Secondo questa falsa leggenda avrei poi sventrato i nemici sull’altare dell’antico sacello, facendo scorrere il sangue greco sulle strade dell’antico foro. Il panico si sarebbe diffuso fra la popolazione in quell’istante, definendomi “Flagellum Dei”, barbaro assassino.

Questo episodio segnò l’inizio della mia rovina agli occhi dei cittadini e del vescovo della città. I miei nemici ebbero un’arma più potente di mille spade: la menzogna che prese a dilagare come la piena dell’Arno, giungendo fino alle orecchie del Santo Padre. Venni bandito con la scomunica.
Io, Thotila, divenni da quel momento la rappresentazione del male sulla terra e per questa ragione dovevo essere sconfitto a tutti i costi dai regnanti di fede Cattolica.

Rachel Valle © 2015
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