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Alle porte co' sassi …

Che si preghino i gabellieri di aprire ai ritardatari o che sia giunta la fine e non ci resti nient'altro da fare... Direttamente dalle antiche mura, la nostra Rachel ci parla di un modo di dire tutto fiorentino!
Essere alle “porte co' sassi” è un’espressione fiorentina assai curiosa che ha un’origine perlomeno medievale, quando la città di Firenze era ancora cinta da mura.

Esistono varie ipotesi sull’origine di questo modo di dire, molto diverse fra loro, che però hanno un comune denominatore: aver salva la vita e non correre guai con il Duca!

Il podestà di Firenze ordinò che tutte le porte della città fossero chiuse a mezzanotte. Chi volesse rientrare dopo l’ora del “coprifuoco” stabilito, difficilmente riusciva a convincere le guardie a riaprire i grossi portoni blindati. Gli sventurati che giungevano in ritardo, inoltre, erano anche soggetti al pagamento di sanzioni pecuniarie davvero onerose. Spesso alcuni, in attesa che le porte fossero chiuse, lanciavano sassi per far capire alle Guardie e alla sentinella di attendere qualche minuto per permettere ai ritardatari di entrare prima della chiusura dei portoni.

Questa espressione sembra derivi anche da un’altra circostanza: quando la città veniva assediata per un lungo tempo, si arrivava a esaurire tutte le lance, le frecce, l’acqua bollente e quanto di necessario a respingere gli assalti del nemico. Allora tutti gli abitanti della città, viste anche le perdite subite tra le file dell’esercito, si recavano sopra le porte delle mura per gettare tutto quello che potevano ai soldati nemici che tentavano di entrare. Si recuperavano ciottoli dalle strade e pietre e sassi dalle case, anche se non avevano un grande potere offensivo, ma erano comunque l’unica speranza rimasta.
“Essere alle porte co’ sassi” indica appunto, “siamo ormai alla fine e non resta null’altro da fare”.

Con l’emissione della bolla papale del pontefice Paolo IV Carafa, il 14 Luglio 1555 (“Cum Nimis Absurdum”), inizia la storia di chiusura all’interno dei luoghi ”claustrofobici”, rinominati più tardi "Ghetti" di tutti gli ebrei in Italia. I giudei (così erano allora chiamati gli ebrei) erano costretti, nella maggior parte dei casi, a vivere all’interno di questi luoghi, pochi avevano il privilegio di abitare al di fuori del Ghetto. Questa sorta di città reclusa nella città era regolata a orari di apertura e di chiusura. Orari ben precisi che erano stabiliti e indicati dal Signore o dal Duca che era proprietario del luogo, poiché gli ebrei oltre ad essere obbligati a viverci, dovevano pure pagare l’affitto all’illustre proprietario. A Firenze i cancelli erano aperti all’ora prima: quando cioè, il Mercato Vecchio della città apriva tutti i suoi banchi e di conseguenza si aprivano le porte del Ghetto. Uscivano i giudei che avevano l’autorizzazione, con lo sciamanno giallo cucito sulle vesti, andavano a sbrigare le commissioni che erano loro affidate in città. Il Mercato Vecchio chiudeva al tramonto, questa chiusura coincideva con il rientro forzato degli ebrei all’interno del Ghetto. Sì, perché proprio al calar del sole si serravano i cancelli. Erano le guardie granducali, che possedevano le chiavi e compivano tale operazione: gli ebrei non possedevano alcuna chiave, ma pagavano le guardie per essere chiusi!
Se malauguratamente un giudeo avesse ritardato, o si fosse trattenuto più a lungo del tempo previsto, aveva una sola possibilità per non cadere nei guai con le guardie del granduca di Toscana: bastava lanciasse un sasso per tempo sul portone del Ghetto e ciò indicava la sua presenza effettiva in extremis all’interno. Una delle due guardie esterne capiva dall’ora e dal sasso “L’è un giudeo!”.
Anche questo modo di evitare guai peggiori deriva dall’espressione fiorentina, ormai quasi in disuso, “essere alle porte co’ sassi!”.

Rachel Valle © 2015
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