Fiorentini si Cresce

Tema “un ricordo”


Torniamo indietro con la piccola Fiamma. L'Estate anni 80, libertà e avventure, la prima volta in una biblioteca, i giochi in strada sotto casa, i primi batticuori e il senso di giustizia che le fa fare cose più grandi di lei. Un'altra storia delicata e tenera, di Paola Vergari
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Tema “un ricordo”
Svolgimento: I libri, le rane e il mio primo bacio.

Abbiamo la casa al mare, ma a me non sembra di essere ricchi.
La mamma per risparmiare cuce i vestiti per me e Stella, la mia sorella maggiore, inoltre abbiamo cambiato la televisione da poco perché prima era in bianco e nero, ma ha dei colori terribili; non andiamo mai al ristorante come fanno altri e i libri da leggere per passatempo li prendiamo in biblioteca. Insomma, si sta attenti su tutto come dice il mio babbo, lui passa ogni ora nello studio a fare i conti, trascrivendoli su un quaderno.
Un giorno mi ha fatto vedere che ha dei quaderni da prima di sposarsi con la mamma. Scrive tutto quello che spende anche i nostri regalini.
Devo dire la verità che dei soldi non importa molto, però certe volte mi piacerebbe avere una maglietta della Fiorucci o di altre marche che hanno tutte le mie compagne. Se ci penso però ci sono anche cose che anche senza soldi ti fanno sentire speciale. Per esempio sono stata la bambina più piccola iscritta alla biblioteca comunale e ne sono molto fiera.
E’ stata una idea di Stella, mi ha detto che era stufa che le chiedessi sempre di portarmi da leggere e era meglio andare con lei in biblioteca e sceglierli da me.
Che emozione entrare in quell’edificio enorme, le scale ripide, il silenzio, i libri tutti belli sistemati nei loro scaffali di legno antico.
Nella biblioteca ci sono stanze misteriose con delle porticine piccole, piccole.
Da una finestrella a raso terra ho sbirciato per guardare e ne ho vista una che era uno scantinato altissimo e alle pareti vi stavano appoggiate tre o quattro scale di legno lunghe, lunghe dove delle persone salivano e prendevano libri sugli scaffali, mi ha fatto davvero impressione.
È un palazzo molto grande che sta in cima alla salita che va al Prato: il parco della città, vicino al Duomo. è davvero bellissima, con un portone antico con tutti stemmi medioevali, ma a me soprattutto piace l’odore della carta che si sente appena entri.
Appena iscritta, le custodi mi hanno portato al reparto che ovviamente era quello delle favole. Mi sono sentita grande, potevo scegliere quello che volevo e da quel giorno, sono andata regolarmente ogni mese. Ho letto quasi tutte le fiabe dei fratelli Grimm e di Anderson, non ci crederete ma sono tantissime e tutte bellissime.

Il ricordo:
Il babbo e lo zio Ennio, hanno costruito a Tarquinia Lido una casa tutta bianca. La piccola città è sul mare e la spiaggia è quasi nera. E’ una spiaggia molto grande e selvaggia come dice il babbo infatti qua e là ci nascono margherite, piante spinose e dei pennacchi che sembrano pennelli morbidissimi. Mi piacciono molto, li raccolgo a ogni fine estate per colorarli e abbellire la casa di Arezzo.
Sulla spiaggia poi, ci sono moltissime conchiglie ma quello che più di tutto amo sono i sassi che sembrano pietre preziose, hanno dei colori e delle sfumature come un cielo con le nuvole rosa, ci sono poi quelle bianco puro che brillano e per noi bimbi sono fortunate.
Con la centoventotto bianca andiamo giù e stiamo al mare quasi tre mesi con mia mamma che non lavora. Il babbo torna nei week end e poi una ventina di giorni filati. Io sono super felice quando c’è anche lui, perché facciamo delle passeggiate bellissime e poi mi aiuta a fare stupendi castelli di sabbia.
Da quando andiamo lì al mare ho conosciuto dei bambini e ogni anno ci ritroviamo. Siamo una banda enorme e anche mia sorella ha delle amiche, ma essendo ormai grande preferisce stare ad ascoltare la musica in giardino con loro. Mettono i dischi e ballano, cantano e leggono anche i fotoromanzi con le foto dei ragazzi che si baciano. Lo so perché ogni tanto glieli rubo e do un’occhiata, ci rido sopra e la prendo in giro, mi sembrano cose sceme, però sono anche storie molto romantiche e più le guardo, più mi affascinano.
Quando siamo al mare, in casa si sta solo a mangiare e a dormire, il resto lo trascorriamo in spiaggia e in strada sulle bici o a giocare tutti insieme. Non è certo come in città, ci sono giorni che non passa nemmeno una macchina e noi siamo i padroni della via.
Ricordo che il primo anno che andammo al mare, oltre a stare con le mie due cuginette conobbi dei bambini che abitavano nelle case accanto e non tardai molto a farci amicizia, allora ero intraprendente, ora non avrei il coraggio di andare a parlare con chi non conosco come quando ero così piccolina.
Passavamo il tempo a giocare, mentre le mamme dal balcone di casa ogni tanto si affacciavano per vedere se eravamo sempre lì.
Si giocava alle belle statuine; uno, due, tre stella; tra femmine a mamme e figlie; oppure a le sette sorelle del carillon, una specie di filastrocca che recita così: "Io son la prima la più carina, la più carina della città; io son la seconda la più gioconda, la più gioconda della città; io son la terza la più modesta, la più modesta della città; io son la quarta la brava sarta, la brava sarta della città; io son la quinta la più dipinta, la più dipinta della città; io son la sesta…" questa non la ricordo mai e neanche la settima a dire il vero. Ogni volta fai un passo e la riverenza, cercando di essere la migliore per farti scegliere da maritar dalla “mamma” che dice "Io son la mamma di queste sorelle che devo maritar", poi si fa l’inchino al fidanzato immaginario. Ma i miei preferiti restano ancora campana e chiapparella.
Sembrava tutto tranquillo, quando d’improvviso la nostra via fu presa a quartier generale da una piccola banda di ragazzini più grandi, arrivati da un’altra zona del quartiere delle case bianche.
Erano dei teppisti e presto si sparse la voce che facevano del male a delle povere rane in uno stagno in fondo alla strada.
“Cosa?! Non ci credo, cosa gli fanno?” chiesi all’istante a chi mi raccontava, così venni a sapere la cosa più orribile che avessi mai sentito. Questi erano capaci di fare del male a quelle povere bestioline solo per divertimento, con una cannuccia soffiavano nella bocca delle rane e queste si gonfiavano come palloncini, dopodiché le lanciavano nello stagno e le rane così conciate facevano una brutta fine: o scoppiavano o morivano comunque, non potendosi rigirare.
“Dove sono questi ragazzacci?”
“Laggiù in fondo alla strada. Eccoli, sono là.”
Presi un bastone da chissà dove e senza pensarci su incitai tutta la mia banda a cacciarli via: “Via, andatevene.” gridai. Mi è sempre stato facile difendere i più deboli, non è lo stesso se lo fanno a me, se qualcuno mi fa del male non reagisco, resto inerme e non so cosa dire.
Gli altri mi seguirono e così riuscimmo a cacciarli dallo stagno e dalla nostra strada. Ma la felicità di quel giorno durò poco. Si ripresentarono e questa volta se la presero con un bambino di circa due anni. Era calvo e un po' scuro di pelle, lento a reagire; il gruppetto lo aveva accerchiato prendendolo in giro.
Io ero sempre in strada un po' lontana e non mi ero accorta di loro, stavo giocando quando accanto a me si girò un amichetto e vedendoli disse “Oh no, se la stanno prendendo con mio fratello! Lui è malato, non può difendersi”.
Si alzò di scatto e anche io con lui come fossi uno specchio riflesso. Cominciammo a correre senza sapere cosa avremmo fatto, gli altri bambini vedendoci, ci vennero dietro per darci man forte, come la volta prima.
Con Davide, così si chiamava, correvamo uno accanto all'altro, i miei piedi quasi non toccavano per terra che mi pareva di volare. Lanciammo loro di tutto, sassi, legnetti, terra.
La banda dei ragazzi grandi fuggì e questa volta non tornarono più.
Mi accorsi che il piccolino era spaventato, gli dissi subito di non preoccuparsi che lo avremmo protetto noi, mi si avvinghiò come fossi una mamma. La corsa con David mi aveva fatto sentire speciale, eravamo stati uniti nella battaglia e nel proteggere i più deboli, nulla poteva separarci più lui mi sorrideva e il mondo era diventato fantastico. Mi prese la mano e con il fratellino accanto a me che non voleva lasciarmi, andammo verso le nostre rispettive case, era ora di cena.
Le mamme affacciate alle terrazze ci richiamavano con insistenza.
Da quel giorno stavamo sempre insieme.
Una mattina, mentre giocavamo sulla sabbia rovente in spiaggia, mi disse che voleva parlarmi e che voleva farlo senza il fratellino davanti. Lo seguii in cabina.
La luce filtrava dalle persiane di legno della porta, sentivo una emozione strana nella pancia, un sfrigolio come un solletico. Mi chiese se potevamo darci un bacio, non sapevo che dire, neanche immaginavo che si poteva già farlo così piccoli come eravamo noi, i baci erano nei fotoromanzi, nei film e fra i grandi. Cosa c’entravamo noi a neanche sei anni.
Nel frattempo il fratellino fuori dalla cabina non voleva restare solo e iniziò a gridare battendo i pugni, in quel frastuono pensai che però gli volevo bene e in fondo un bacio potevo anche darglielo, magari sulla guancia o lasciare che lui sfiorasse me. Quando sussurrai il mio si tremolante, Davide non sentì o forse alla fine era solo preoccupato di non essere scoperto dai genitori.
“Va bene, se non vuoi allora usciamo, rispose al mio sussurro”.
Non ce la feci a richiamarlo, a spiegargli che il bacio io glielo volevo dare davvero.
Da quel giorno iniziò ad evitarmi e a giocare con le mie cuginette.
Li guardavo giocare sulla spiaggia mentre restavo all’ombrellone con la mia mamma a fare buche nella sabbia. Mi sentivo tradita ma non avevo il coraggio di dirgli quello che era accaduto.
Passarono così i giorni e le settimane e arrivò la fine dell'estate e delle vacanze, stavamo per partire tutti. Non volevo andarmene senza parargli, così lo aspettai sotto casa dopo che era rimasto solo e gli altri bambini erano rientrati per cena, forse anche lui voleva parlarmi o forse era accaduto tutto per caso. Tenevo lo sguardo a terra e gli dissi che non era giusto che giocasse con le mie cugine e non con me, in fondo le aveva conosciute dopo e soprattutto grazie a me. “E perché?” rispose.
“Perché ti voglio bene.”
Rise, poi iniziò a correre e io dietro a cercare di fermarlo.
“Ti prendo!” gli gridai sfiorandogli la maglietta azzurra.
“Non mi prendi, ho fatto tana!” disse davanti al cancello di casa mia.
“Non vale!” protestai ridendo.
Si fermò all'improvviso voltandosi verso di me, non me l’aspettavo e gli arrivai addosso.
Cascammo in terra e rotolando sul ghiaino lui mi schioccò un bacio sulle labbra e subito si alzò in piedi per paura forse di uno schiaffo. Quel bacio era stato uno shock, e neanche le ginocchia sbucciate sentivo. Mi alzai scrollandomi di dosso la polvere sabbiosa.
“Ritornerai la prossima estate?”
“Sì, certo. E tu?”
“Anche io, si.”
Ero al settimo cielo, quell’estate avevo conosciuto tanti amici e con Davide ci volevamo bene, tornata a casa avrei iniziato la prima elementare che attendevo con ansia e tutto pareva facile, allegro, bellissimo, bastava avere coraggio.
Quello è stato il mio primo bacio e lo devo ad una rana nello stagno.
Per questo io credo alle fiabe, perché raccontano ciò che accade davvero, se solo ci crediamo con tutto il cuore e senza aver paura affrontiamo il male.
Fiamma.

Di Paola Vergari




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