Fiorentini si Cresce

Setola e il Cambio di Stagione


C'è da fare il cambio di stagione e metter via i ricordi dell'anno. Ma se invece di aiutare la mamma, Setola, la magistrella birichina, fa lavorare al posto suo la bacchetta magica... cosa accadrà? Un lago di ricordi ci attende nel suo magico mondo! Di Paola Vergari
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Come ogni anno c’era da fare il cambio di stagione e Damante aveva avvertito tutti che dalla luna nuova di marzo si cominciava.
Non c’erano scuse, tutti dovevano fare la loro parte e rendersi disponibili. Ognuno in casa aveva il suo compito e guai a ribellarsi, avrebbe dovuto fare i conti con lei, che era una magistrella buona ma se si arrabbiava, sarebbe stato meglio essere su altri mondi paralleli.
Il loro appartamento sembrava piccolo, due camere e una cucina, poi un ripiano nascosto sul soffitto e la cantina nei sotterranei, ma quando si doveva mettere a posto, sembrava non finire mai. Setola lo sapeva e questa volta aveva avuto l’idea di far fare la sua parte a Palamita, sperando di non versare sudore e fatica.

Oltre a pulire la casa e riporre gli abiti invernali nei sacchi, c’era il lavoro più difficile e faticoso: selezionare, classificare, catalogare e numerare i ricordi passati dell’anno.
Damante preparava le scatole dipinte di varie misure e fattezze, il padre scriveva piccole pergamene riassuntive, Impero le portava in cantina e Setola le collocava in ordine cronologico o ancor meglio in ordine di sentimento: dalle più belle alle più brutte, che in genere erano sistemate in basso e davanti dato che pesavano ed erano voluminose.
A Setola il suo lavoro pareva il più difficile e noioso per questo voleva saltare il turno, inoltre dopo l’avventura a Dubai aveva fatto amicizia con Lapis con il quale si divertiva moltissimo. Lapis era un magicozzo proprio buffo con le zampe da criceto e gli occhi acuti di gatto con i quali vedeva tutto, anche i particolari più segreti. Proprio lui infatti, raccontò a Setola che a suo parere la sua bacchetta Palamita, non era affatto ciò che sembrava. “La sua natura è ambigua e farà sempre il contrario di ciò che gli chiedi.” - “Ecco spiegati i fatti strani da quando l’ho costruita.”
Nella cantina che quasi pareva infinita i pacchetti erano stati portati tutti ognuno con il suo fiocco, la pergamena e il segno distintivo per individuar subito di che si trattasse. Dovevano esser collocati all’interno dello specchio magico, nel quale poi Setola doveva sistemarli nel loro posto.
“Entriamo anche noi nello specchio, così Palamita potrà lavorare.” Disse a Lapis, con un balzo furono dentro, mentre Impero che si era appisolato dato che il lavoro sembrava esser lungo, rimase fuori.
Una volta nello specchio, Setola pronunciò le sue parole argute. “Adesso formulerò la mia richiesta in modo da correggere il tiro. Stai a vedere. Palamita mia bacchetta, al posto mio fai tu il lavoro di sistemare le scatoline facendo confusione, sistemando quelli brutti sopra a tutti e i più belli mi raccomando nascosti, facendo attenzione a disperdere le pergamene per non far capire niente alle scatole perfette.”
Tutto cominciò a sistemarsi molto accuratamente, la bacchetta eseguiva il comando al contrario proprio come si aspettavano e i due magister, erano pronti per andare a divertirsi.

Dubia però che stava nella cantina accanto aveva sentito tutto e volle cogliere l’occasione, ancora una volta, per liberarsi di Setola.
Con i suoi potenti sortilegi chiuse lo specchio per non farli più uscire, inoltre creò un effetto strano che a loro pareva di essere già a lago. Voleva farli perdere sempre nei ricordi che sapeva a volte esser contorti. La sua risata per il potente sortilegio appena creato, risvegliò Impero che tentò di afferrarla ma Dubia svelta si trasformò in corvo se ne volò via dalla finestrella.
Lo specchio era chiuso e i suoi amici prigionieri all’interno. Impero salì le scale dirigendosi da Frisona, l’unica che conosceva il suo linguaggio, la quale appena lo vide, strabuzzò gli occhi di pernice e la sua faccia enorme parve più piccola del solito. Non poteva credere che l’avesse lasciata sola e subito gliene chiese il motivo. Quando Impero le raccontò ciò che era accaduto, Frisona iniziò a fiutare con il suo naso di cane tutte le possibili soluzioni.
“C’è solo una cosa da fare e senza perder tempo, dico io, quei due Magister sono in pericolo, dico io. Se entrano nei ricordi degli avi non li riprendiamo più. Potrebbero percorre storie di altre persone senza saperlo, dico io. Credendo di essere nel presente ma restando intrappolati in epoche lontane… o ma che te lo dico a fare. Dico io, andiamo su da Trocus al terzo piano. Ci vuole una delle sue lampadine, dico io.”
A salir le scale, faceva un po’ fatica Frisona, tra le gambe storte e la panciona doveva fermarsi ogni tre gradini.
“Buongiorno Bellulla, va in bicicletta anche oggi che è una bella giornata?”Disse incontrandola mentre quella scendeva di fretta. Questa un po’ stizzita, le rispose a cenni e facendo finta di niente le diede una spolverata al naso con la sua codona spumosa tanto da farla starnutire. Così, la povera Frisona faceva uno scalino e uno starnuto, fino al primo piano.“Che le prende signora Frisona.” disse Torcoleto aprendo la porta, spaventato dalla confusione.
“Niente, niente è Belulla con la sua coda polverosa, dico io, me l’ha buttata sulla faccia alla bell’apposta. Glielo dico a lei: non la sopporto. Alla riunione, dico io, mi sentiranno! Comunque buonasera, anzi buongiorno, insomma mi ha capito no?”
Torcoleto richiuse la porta scrollando la testa, non ci si poteva rilassare mai, neanche dopo aver scritto miriadi di riassunti pergamenati dei ricordi appena passati. Andò in cucina e si fece un caffè, tanto per riposare un pochino.
Per fortuna, grossa com’era aveva nascosto alla vista di Torcoleto il cane Impero che si era fatto piccolino e accucciato sotto la gonna per non farsi vedere. Aveva paura di esser brontolato. Dopo qualche ora finalmente arrivarono alla porta di Trocos.
“Il campanello dove sarà, dico io? Forse è questo blu, oppure questa mattonella grigia o magari devo tirare la cordina. Uffa, dico io, che pazienza ci vuole. Adesso lo chiamo e la facciamo finita, dico io.” Ma la sua vocina non oltrepassava la porta così ne convenne di dar una pancia e buttarla giù. Finalmente poté entrare e Trocos se la trovò in cucina mentre spolverava le lampadine consumate.
Stava per arrabbiarsi, ma sentendo i fatti accorsi, si mise subito d’ingegno a cercar la soluzione. “Questa no, questa è vecchia, questa è blu, questa sa di cipolla…” vagliava le sue lampadine che contenevano i rimedi a tutte le soluzioni. Passava il tempo e niente, erano lì ancora a confabulare. Impero nel frattempo si arrovellava e infine decise di scender le scale e chiamare Torcoleto, valeva pure la pena di una brontolata se avesse salvato dai ricordi intrugliati, la sua dolce Setola e Lapis.

Nel frattempo i due, facevano il bagno e non si erano accorti di nulla, finiti in un ricordo bello della nonna di Setola si stavano divertendo. Il lago era puro come non lo conosceva e insieme a loro le papere giocavano allegre.
Torcoleto, quando vide arrivare il cane capì che Setola era in pericolo. Subito gli andò dietro. Seguì il cane dagli altri condomini e venne edotto di ciò che era successo. Non c’era da perder tempo davvero. Prese istintivamente la lampadina degli abbracci e scesero tutti insieme in cantina.
Il padre di Setola ruppe la lampadina degli abbracci sullo specchio, che immediatamente si aprì. Era la formula giusta per riaprire i cuori dei ricordi tristi e certo, lui sapeva che Dubia aveva fatto proprio quel tipo di incantesimo, usando il dolore per bloccare la luce nello specchio e non far più emergere ricordi.
Una volta aperto lo specchio, entrarono per cercare i due ragazzi. Non fu difficile trovarli in quel laghetto bello dove anche Torcoleto da bambino si era divertito. Una lacrima di amore gli si sciolse e così invece di brontolare la figlia birichina, si misero il costume e si tuffarono tutti. Ora sì che Setola era felice. Si abbracciarono allegri poi prima che diventasse giorno, ritornarono a casa.
Usciti dallo specchio finalmente salvi andarono ognuno a casa propria, avevano nel cuore un ricordo in più, da impacchettare l’anno a venire.

Paola Vergari



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