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L’albero Setola e il vestito di Dubia

Setola vuole imparare il segreto dei fiori e per farlo chiede a Dubia, la più potente e cattiva magistrella, di diventare la sua maestra. Ma l'esperienza magica che vivrà l'allieva darà invece una grande lezione alla sua maestra! Di Paola Vergari
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Quando Setola incontrò Dubia dopo averla cercata per tre giorni invano, era al settimo cielo.
“Buongiorno magistrella, sono molto felice di vederti. È tanto che ho da chiederti un favore, vorrei conoscere il segreto dei fiori, tu puoi insegnarmelo?” – “Potrei certo, ma non ne vedo l’utilità. Quindi vedi di proseguire per dove andavi e lasciami riposare sotto questa bella nebbiolina che mi ritempra, le piume di corvo.” - “Ma io… andavo da te, quindi sono giunta alla fine del mio percorso. Ecco, l’utilità è che potrei fare molte cose buone se conoscessi il segreto dei fiori. Potrei spargere amore, allegria e speranza nei cuori dell’umanità. Ti sembra poco?” - “Per carità, proprio per questo non vedo l’utilità. Ce n’è anche troppa di tutta quella melensaggine, piccola impertinente. Ben poche sono invece le persone umili e consapevoli del dolore, consce del male che fanno agli altri e nessuno vuol accogliere in sé il buio della notte, nessuno che ne faccia la sua effige con cui sconfiggere l’ipocrisia dei buoni sentimenti. La verità è dura e amara, ma quando l’abbracci e con lei scendi negli abissi e scrosti il fondale con la pelle ecco che ti rinnovi, risorgi e splendi di luce vera. Se vuoi imparare qualcosa stupidella impaziente, ti svelerò la verità. Ma non sarà semplice, dovrai sottostare ad alcuni miei indovinelli, dovrai servirmi senza fiatare o ti dividerò per sempre dal tuo amato Impero e per finire, dovrai trovarmi le rarità che cerco in ogni dove. Sei sicura di voler diventare una mia allieva?”

La dolce e piccola Setola aveva gli occhi sgranati mentre Dubia parlava con le sue penne di corvo sulle spalle, che si ergevano incutendo davvero paura. Si chiese se aveva sbagliato a cercarla, se aveva osato troppo nel chiamarla sua maestra, saggia e divina conoscenza. Forse, pensò, sarà meglio attendere la luna crescente, quando Dubia era solita recitare poesie contornata da falene danzanti. Le pareva in quei frangenti più tranquilla. Ricordò che sua madre Damante, le raccomandava di guardare la luna prima di intraprendere una nuova avventura e lei invece, era stata davvero impaziente a chiedere sotto gli influssi della luna nera, della luna nuova, un tale impegno a Dubia.

“Ti leggo nel pensiero Setola, non tergiversare con queste bazzecole della luna. Non hai sbagliato del tutto a chiedermi ora, tale compito. Questo è il tempo della notte in cui i desideri vanno lasciati al buio, vanno lasciati schiudersi nella terra, fra le pietre, le radici e il sangue sparso dei banchetti festosi. Quindi se tu accetti di essere mia discepola, t’immergerai nella ricerca del fior di sangue, il fiore che nasce senza foglie, che sovverte le regole della natura per l’impazienza, proprio come te.” - “Davvero mi insegnerai? Sono felicissima. Solo che… questo fiore io, non lo conosco. Sicura che esiste?”

Lo sguardo di Dubia pareva trasformarsi in fuoco tanto che Setola subito si corresse, promettendo di cercarlo ovunque.  Tornando verso casa, pensò a tutta la faccenda e le parve sempre più impossibile, voleva desistere poi però ricordò le parole che Damante le diceva nei momenti difficili.
Prendi il coraggio e portalo al cuore poi segui il tuo istinto anche se può sembrare strano.
Ne teneva sempre un pochino di scorta di coraggio e lo prese, stava rinchiuso tra due pietre di luna, era rosso e pareva olio, ne prese appena un poco con il dito e disegnò sul petto un cuore. Subito sentì la forza ritornarle e la voglia di conquistare ogni cosa. Si diresse a casa dalla sua Palamita, la bacchetta magica che rispondeva al contrario delle richieste e pronunciò il suo desiderio. “Il fiore che nasce nel sole dopo molte foglie, voglio perdere”
Pouff

Eccola di colpo su una collina verde colma di alberi rosa. I fiori erano attaccati direttamente al tronco e neppure una foglia si intravedeva. Dalla collina il mare azzurro si stagliava e la brezza fresca arrivava trasportando le gocce salate d’acqua. Il mare e la collina parevano fronteggiarsi e il rosa degli alberi erano come un bacio sognante. Setola si avvicinò all’albero più grande, posò Palamita a terra e tentò di prendere un ramo, ma era impossibile staccarne anche un fiore soltanto. Esausta stava di nuovo per desistere, poi l’istinto le diede un’idea.

“Albero tu puoi sentirmi? Sono Setola, una magistrella che vuole conoscere il segreto dei fiori, per fare del bene all’umanità. Ti prego Dubia mi ha chiesto di prendere un tuo ramo ma non riesco, sembri fatto di piombo fuso.”
L’albero aprì gli occhi dal lungo silenzio in cui meditava. I suoi occhi erano verdi come le foglie che sarebbero comparse nei mesi a venire, sbadigliò aprendo un foro nel centro e schioccando la lingua che pareva un tuono le rispose.
“Setola, ho sentito parlare di te e ti aspettavo. Sapevo che un giorno saresti giunta a me. Dove è il tuo famigerato e straordinario cane?” - “Ma tu parli sei vivo come me, non lo avrei mai detto. Impero, il mio cane l’ho lasciato a casa, perché questa faccenda è un poco delicata, per via di Dubia, volevo cavarmela da sola. Quale è il tuo nome?” - “Il mio nome è Pizia e sono la madre di tutti gli alberi che vedi qui. Se vuoi cogliere un ramo fiorito dovrai dare qualcosa in cambio, qualcosa di te che possa ricordarmi ogni istante il nostro incontro. Setola, dovrai lasciarmi una parte della tua magia e mai cercare di riprenderla. Solo questo potrà consentirti di ottenere ciò che aneli.” - “Come faccio? Anche volessi non saprei come darti parte della mia magia. E poi, io come farò senza?” – “Togliere una parte del proprio potere per donarlo ad altri è essenziale per accrescere il senso della magia. Non è nell’accumulare potere il privilegio di essere magistrella, ma semmai nel donare come io dono a te i miei fiori e la mia linfa, per accedere a una conoscenza superiore. Poni le tue mani sul mio tronco e lasciati andare, accadrà tutto da sé, sempre tu lo voglia.”

Setola pose le mani e sentì la linfa dell’albero scorrere come fosse stato un torrente allegro che la trascinava e la tirava risucchiandola verso la valle. Così anche dalle sue mani sentiva trascinarsi e comprese che la sua anima si mescolava a quella di Pizia. I suoi piedi di cristallo le parevano avere le radici che entravano nella profondità della terra ancorandosi con forza e sentendo nel contempo una forza incredibile che la spingeva verso l’alto, la spingeva a innalzarsi sopra il cielo e far crescere dalle mani ancor più foglie di quante già non avesse. Ora si sentiva una cosa sola con Pizia e il suo corpo misto di minerali, animali e vegetali era perfettamente in accordo con la natura tutta.

“Adesso che hai dato un po’ della tua magia a me, io serberò per sempre il tuo cuore puro, l’essenza sarà mescolata ai colori che vedrai fiorire su tutti i miei figli. Prendi pure ciò che volevi, perché tu stessa ne sei parte. Vai amica, sorella, ti ringrazio del tuo coraggio e dalla fiducia.”
Setola tornò da Dubia con il ramo fiorito, negli occhi quel giorno aveva uno sguardo diverso, aver sentito scorrere la linfa nelle sue viscere, aver compreso cosa vuol dire essere albero, non era una esperienza quotidiana. Dubia notò immediatamente il cambiamento e la rabbia per la vittoria di Setola le rimescolò lo stomaco. Mai era riuscita a portar via anche un solo fiore pur tentando ogni espediente magico.
“Dunque come sei riuscita in questa impresa difficile? Cosa hai imparato dalla vittoria?” - “Ci sono riuscita ascoltando la voce profonda che mi sussurra sempre ciò che serve. Ho imparato che la paura di perdere è la peggiore delle paure e che soltanto togliendo e soprattutto condividendo, possiamo attingere a una conoscenza maggiore.” - “Non è quel che intendevo a dirla tutta. Comunque, dammi qua il ramo e vai a casa, non voglio vederti per tre giorni esatti. Ricorda poi di presentarti da me con il tuo cane e vedremo cos’altro mi servirà.”

Il ramo nelle mani di Dubia si sciolse colorandole di rosso. Subito si pulì nella sua veste nera che divenne come una tela notturna dove l’esplosione di una stella antica scagliava il fuoco lontano. Gli arabeschi fiammeggianti erano splendidi e Dubia dipinse ancora per trasformare il suo dolore in tessuti cangianti.
Mentre Setola tornando verso casa ancora aveva la testa frastornata, ripensava a quell’incontro magico che tanto l’aveva profondamente cambiata.

Paola Vergari
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