Fiorentini si Cresce

Il lupo, il rock e gli imbratta muri


La figlia di Cappuccetto Rosso è una vera ribelle... e dopo una notte di follie, finalmente capisce che i preziosi consigli dei genitori non sono dei limiti ma pittosto un’opportunità! Di Paola Vergari
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“È inutile che continui a raccontarmi questa storia, vuoi spaventarmi? Tu, la nonna e anche la bisnonna con queste paure… non capisci che si trasmettono e poi accadono davvero?” - “Ma Paoletta, non è una storiella questa, mi è successo veramente. Bisogna stare attenti agli sconosciuti e anche alle persone che possono sembrare buone e invece nascondono un cuore malvagio. Non capisci? È per il tuo bene, che ti dico questo.” - “Mamma, lo so che lo fai per me ma in questo modo, mi metti una soggezione tremenda verso gli sconosciuti e i lupi. Invece a scuola mi hanno detto che i lupi sono buoni e che rischiano l’estinzione per colpa dell’uomo. Allora, come la mettiamo?” - “Paola, la vita è così, ci sono periodi in cui le vittime diventano carnefici e viceversa, perché è una ruota. Ma il significato della mia storia è proprio questo, devi stare attenta a tutto, perché l’inganno è dietro l’angolo.” - Va bene, ma io stasera vado al concerto rock con i miei amici, a casa non ci resto. Lupo o non lupo!” - “Sei proprio prepotente, va bene, fai come ti pare ma poi non venirmi a chiedere aiuto.”

Cappuccetto Rosso era ormai diventata mamma e a sua volta la figlia non era proprio ubbidiente, anzi le dava del filo da torcere. Prima aveva iniziato con il diventare vegana, rifiutando la carne cacciata dal padre, cacciatore da generazioni e figlio dell’uomo che aveva salvato Cappuccetto Rosso. Poi si era iscritta come volontaria in un gruppo animalista che s’intrufolava negli allevamenti intensivi per liberare gli animali come polli e conigli. Adesso, aveva fatto amicizia con dei ragazzi che imbrattavano i muri cittadini con scritte offensive contro le brave persone.
Il concerto si sarebbe svolto all’interno del bosco, in un luogo allestito per l’occasione e Paola, vestita casual, non voleva indossare la mantella rossa della madre ma poi cedette all' insistenza.
“È una mantella preziosa e ti sta bene, con il freddo e l’umidità della notte ti proteggerà. Mi raccomando Paolina, lo so che sei grande, ma i pericoli sono infiniti la fuori e io, finché non sarai a casa nel tuo letto, starò in pena.”

Alla piazza principale i tre ragazzi, Mario, Stefania e Nicola l’aspettavano seduti sulle scale della fontana. I loro zaini erano pieni di bottiglie riempite con del materiale fumogeno: volevano farsi notare a tutti i costi al concerto e non si sarebbero certo fatti intimorire da nessuno. Paola non ne sapeva niente, a lei certe cose non piacevano, finché si trattava di disegnare sui muri… ma i fumogeni erano troppo pericolosi, soprattutto nel bosco.
Si avviarono cantando e ballando le loro canzoni preferite, assaporandosi una notte magica. Ben presto il sole tramontò e già la strada si fece buia. Per fortuna il sentiero nel bosco era stato appositamente illuminato e loro potevano percorrerlo tranquillamente. Ad un certo punto si avvicinò uno strano personaggio che indossava una felpa enorme con il cappuccio il quale gli nascondeva il volto. “Dove andassero così allegramente?”
Mario e Nicola subito sfrontati, gli risposero di farsi i fatti suoi e questi ribadì con altrettanto tono da duro. Stavano per darsele sonoramente quando Stefania tirò fuori una bottiglietta fumogena e la gettò a terra facendo scappare lo sconosciuto.
“Ma come? Hai un fumogeno? Sei pazza?” Disse Paola all’amica. Gli altri ragazzi la rimproverarono. “Perché l’hai sprecata. Sei una sciocca, ce la saremmo cavata benissimo.” – “Allora lo sapevate tutti? Ma ditemi ne avete altre? Potrebbe incendiarsi tutto qua. Non potete usarle, è pericoloso.” – “Basta Paola, o sei dei nostri o te ne vai. Ora non si scherza più. Lo sai che siamo tipi tosti. Al concerto faremo vedere chi siamo e tu devi decidere da che parte stare.” - “Verrò con voi fino al concerto e poi ognuno dà se. Questa amicizia è finita. Se voi li userete non vorrò più vedervi.” Disse loro coraggiosamente.

S’incamminarono in silenzio, la strada era ancora lunga e i passi parevano più pesanti. Ognuno nel cuore aveva un macigno e non sapeva come toglierlo.
Mario e Stefania cominciarono a parlottare, immaginando che l’amica potesse denunciarli e presi dalla paura decisero di ucciderla. Si accostarono a Paola e mentre Stefania le parlava fingendo di pensarla come lei, i due ragazzi d’accordo le andarono dietro e l’afferrarono. La mantella della madre pareva fatta apposta per imprigionarla e con il cappuccio le coprirono la faccia.
Paola, tentò di gridare ma erano troppo forti e lei non riuscì a liberarsi. La legarono con le corde che tenevano negli zaini e la buttarono a terra esausti per la lotta.
La povera Paola era terrorizzata, ascoltava le parole di quelli che credeva amici e ripensava alla madre che l’aveva avvertita di non fidarsi. Le lacrime le scendevano e solo si mise a pregare ormai arresa.
“Sotterriamola così.” – “Ma poi ci interrogheranno, tutti sanno che eravamo insieme.” – “Diremo che lo sconosciuto l’ha convinta a seguirlo e noi non siamo riusciti a fare nulla.” – “Va bene, ma come l’ammazziamo? Con un bastone? Una pietra?” – “Dobbiamo stare attenti alle impronte.” – “È vero. Come facciamo allora?” – “Ho un’idea, portiamola nel capanno del mostro, ci penserà lui a ucciderla.” – “Ma sei pazzo, ucciderà anche a noi.” – “No. Assolutamente, abbiamo i fumogeni e se ci insegue ci difenderemo, così potremo dire che il mostro ci voleva a tutti e purtroppo ha preso solo lei.” – “Va bene. Quel pazzo furioso la farà fuori e noi potremo stare tranquilli.” - “Sbrighiamoci che magari riusciamo anche ad andare al concerto rock.”

I tre delinquentelli la sollevarono e la portarono fino al limite del bosco, proprio dove viveva l’uomo pazzo e reietto, con un volto orribile da spaventare chiunque. La sua fama di mostro era ben meritata: spesso sparivano persone che venivano ritrovate morte lì vicino e tutti lo identificavano come il Lupo del Bosco.
La lasciarono legata davanti al capanno che pareva disabitato. Paola mezza stordita tremava di paura, tra il vento che sibilava fra gli alberi e il buio fitto della notte senza luna, si dava per spacciata. Un ombra le si avvicinò minacciosa, sentiva il rumore delle foglie e dei rametti che si spezzavano sotto il peso di quei passi.
“Chi sei?” disse Paola
“Il lupo.” Rispose l’ombra.
“Vuoi mangiarmi per vendicarti di mia madre e la mia famiglia?” Disse Paola cercando di prender tempo e creare un dialogo.
“Non mangio carne umana.” Rispose l’ombra.
“Allora vuoi uccidermi?” Proseguì, lievemente sollevata dalla sua prima paura.
“Non lo hanno già fatto i tuoi amici?” Rispose l’ombra.
Paola per un attimo credette di trovarsi davanti al diavolo.
“Morta? Non mi sembra di esser morta. Sono legata, sono stata tradita e umiliata, ma sono ancora viva, mi sembra. Tu che intenzioni hai?” Disse infine, cercando di mantenere la calma.
“E tu?”
“Io vorrei solo tornare a casa e dare una bella lezione a quei lestofanti.”
L’ombra si avvicinò fin quando la luce fioca delle stelle non mostrò il suo aspetto. Era un uomo orribile, con la pelle piena di cicatrici da far paura, ma negli occhi brillava una luce tenera e buona che Paola riconobbe.
“Ma tu sei Amerigo. Ti credevo morto nell’incendio, tutti sanno che sei morto. Ma allora sei un fantasma?”
“Non sono il mio fantasma, anche se forse potrebbe essere una buona spiegazione. Mi sono salvato dall’incendio e sono fuggito. La mia pelle cucinata fa paura e così mi sono nascosto, per vivere in pace lontano dalle persone malvage.”
Amerigo la slegò con le sue mani grandi e forti e poi a poco a poco le raccontò la sua triste storia. Paola si commosse e gli promise che lo avrebbe aiutato, poi ricordò delle voci che giravano su di lui: delle persone trovate morte vicino al suo capanno.
“Sei tu che le uccidi?”
“No. Io le vado a prendere nella voragine dove cadono quando si perdono nella vallata. Ho provato ad avvertirli, ma questi in preda al panico ci finiscono ancor più velocemente. Così mi sono rassegnato a ciò che il destino ha in serbo per ognuno di noi. Solo che non mi piace lasciarli laggiù. Li vado a prendere e per riportarli in superfice. Poi, aspetto che qualcuno li veda per riportarseli a casa, vivi o morti che siano.”
“Mi è venuta un’idea.” Disse Paola. “Gli faremo prendere una bella paura a quei tre, così ci penseranno due volte prima di rifare un brutto tiro a qualcuno.”

Si nascosero sulla via del concerto rock e quando Mario, Nicola e Stefania alle prime ore del giorno erano di ritorno, videro d’un tratto la mantella rossa di Paola appesa a un ramo. Un brivido li percorse, proseguirono guardinghi e dopo poco sentirono degli ululati provenire di lato. Si strinsero spaventati e iniziarono a correre ma d’improvviso, Paola con il volto sporco da finto sangue gli comparve fingendo di essere il fantasma di sé stessa. Inchiodati dalla paura si bloccarono, poi tutt’e tre insieme corsero nel bosco ma dopo pochi metri, l’ombra minacciosa di un uomo di nuovo lì bloccò. Amerigo aveva imparato a spaventare ben bene chi voleva importunarlo e di nuovo i ragazzi corsero dalla parte opposta, finendo proprio nella rete che avevano preparato per intrappolarli.
Amerigo e Paola si avvicinarono ai tre ragazzi. Non erano più spavaldi come la notte precedente, ma credendo ormai giunta la loro fine, spaventati a morte.
“Per favore non ucciderci.” Gridava Stefania.
“Ma tuuu invece, non hai avuto pietà di meeee.” Diceva Paola simulando ancora di essere un fantasma.
“Perdonami, io non volevo farlo. Sono stati loro.” Gridò allora Nicola indicando i due amici.
“Non è vero, sei stato tu a dire di portarla dal mostro perché la uccidesse.” Disse Mario.
I tre ragazzi si incolpavano a vicenda e questo al comandante della polizia, fu più che sufficiente.
Paola e Amerigo infatti d’accordo avevano escogitato questo bel trucco per far confessare i ragazzi davanti al comandante che non perse tempo e li portò in paese, dove vennero puniti severamente.

Per prima cosa dovettero ripulire il bosco delle bottiglie che avevano gettato e i muri della case che nei mesi precedenti avevano imbrattato. Infine per alcuni mesi dovettero stare nel bosco per recintare la voragine mortale, in modo che non fosse più un pericolo per nessuno. Fu un periodo duro per i ragazzi che oltre a rimediare i loro sbagli dovevano studiare e portare dei buoni voti, ma la lezione fu molto importante per loro.
Amerigo fu riabilitato e tutto il paese lo festeggiò come un eroe cittadino mentre Paola, tornando a casa dalla mamma e dal papà, li abbracciò e promise loro che li avrebbe ascoltati d’ora in avanti. “Ho capito che i vostri preziosi consigli non sono dei limiti ma un’opportunità per sperimentare la vita, senza però l’ingenuità che può essere molto pericolosa.” E la città al limite del bosco proseguì tranquilla nel suo tran tran.

Paola Vergari



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