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Il cane con i paraorecchie

E dopo aver risalito la scala sociale e aver trovato il successo, come conquistare la fanciulla dei sogni? Forse bisogna seguire le rime del cane con i paraorecchie... Ecco il secondo episodio di questa favola. A cura di Paola Vergari
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In poco tempo divenne popolare, anche dalle città vicine venivano a chiedergli servigi trasformandosi in un signore a modo, rispettato e ben voluto con il cappotto e le scarpe alla moda. Il cane ripassò dopo più di un anno e quando si incontrarono furono felici entrambi. Pier per l’occasione comprò molto cibo saporito e gli offrì un letto morbido nel quale riposare. “Hai avuto ragione caro amico, ma io ancora non ho incontrato la fanciulla che mi avevi promesso. Non ti preoccupare però, sono felice anche così.” Gli disse una sera mentre guardavano le stelle, sorseggiando entrambi una bibita fresca.

“Compiere dovrai un’ultima istruzione, non te l’ho ancora data per via di una ragione.
Con queste paraorecchie riesco a sentire, parole assai lontane segreti da carpire.
Adesso ti dirò quel che tu devi fare, per poter la fanciulla dei tuoi sogni, un giorno incontrare.
Ascolta bene che non ripeterò e se non lo vuoi fare, io non ritornerò.
Metterti dovrai nella piazza centrale e all’alba tirar sassi al Palazzo Ducale.
Mi raccomando di colpir sotto la più alta finestra, ma non sbagliare mira ricorda che è a destra.
Amico mio ti do l’avvertimento, le guardie sono all’erta e il guardiano in avvistamento.”

Pier rimase un po’ scioccato da queste rime e senza pensarci su, rispose al suo amico che non era disposto a fare una cosa che riteneva sciocca. “Caro amico non vorrei essere scortese, ma mi sembra una cosa che non ha senso, oltre ad essere pericolosa.”
“Fin ora ti ho ben suggerito, a te sta decidere se essere ardito.
Puoi restare ciò che sei con le brache e li denari, o tentar di conquistare un amor che non ha pari.”
“Ma non capisco cosa c’entri il tirar sassi a una finestra con il conquistare codesta fanciulla. Non mi convinci, questa volta penso che sei impazzito e non ti ascolto. Non avertene a male, ma mi sembra troppo folle codesta impresa.” Il cane ringhiò un poco, per il dispiacere che il ragazzo non avesse ascoltato il suo consiglio. Poi si salutarono e questi se ne andò per la sua strada lasciando Pier al suo destino.

Passarono i mesi e il giovane era sempre più ricco, molte fanciulle lo corteggiavano facendo gli occhi dolci, tanto che una ragazza molto carina faceva spesso la civettuola con lui mandandogli messaggini simpatici sul suo cellulare. Il ragazzo era convinto potesse essere la sposa giusta e una sera l’invitò a cena per regalarle un anello con un brillante e dichiarare il suo amore. La ragazza sgranò gli occhi a vedere tutto quel bagliore e rispose subito sì. In pochi mesi, organizzarono il matrimonio e si sposarono. All’inizio le cose parevano di zucchero e miele, ma poi i giorni scorrevano pigri ed ella si annoiava, voleva andare in giro, vedere il mondo, comprare abiti e fare feste dalla mattina alla sera. Il ragazzo invece non amava fare queste cose, preferiva coltivare il suo animo con i libri, i film e la musica e qualche passeggiata nel bosco. Passarono tre anni e i due giovani sposi non si sopportavano più, tanto che si facevano i dispetti. Niente di grave, erano per lo più punzecchiature, frecciatine e pinzillacchere. Ma nel profondo del cuore erano entrambi tristi. “Forse avrei dovuto ascoltare quello strano cane con i paraorecchie e fare quella cosa pazza che mi suggeriva.” Pensò un giorno il giovane Pier, mentre la sposa aveva in cuor suo deciso di andarsene per sempre, visto che la vita che aveva creduto di fare non si era realizzata.

Una mattina all’alba senza sapere come, Pier si era svegliato ed era sgattaiolato in piazza con tre sassi in tasca. Cominciò a cercare la finestra del Palazzo Ducale sotto la quale voleva tirare i sassi ma c’erano almeno dieci finestre in quel palazzo, poi si ricordò le parole del cane: “quella alta a destra.” Ecco era lì, con gli smerli tutt’intorno, i vetri chiusi e oscurati. Mentre l’osservava gli parve di vedere qualcuno da dietro le tende che spiava nella piazza, ma non ne era sicuro. Alla fine prese un sasso dalla tasca e con il braccio sinistro teso cominciò a rotearlo e vvvhhuuummm, lo lanciò. Il lancio era basso e non arrivò che a metà altezza del palazzo, colpendo la ringhiera di un terrazzino in ferro battuto. Pochi attimi dopo dal terrazzino si affacciò un uomo enorme, guardava la piazza e fissò i suoi occhi proprio su di lui. Indicandolo con fare furioso gli chiese se era stato lui a lanciare un sasso, il ragazzo tremando un po’ rispose ovviamente, “No signore, non sono io, dei ragazzini correvano veloci, non ho fatto in tempo a prenderli, monellacci.” Era diventato bravo a trovar scuse e l’uomo rientrò imprecando. Allora Pier prese un altro sasso dalla tasca per tentare ancora il lancio ma anche questa volta fu un fiasco totale, il sasso prese tutt’altra direzione e s’infilò dentro una finestra aperta sul lato sinistro del castello. Subito fuggì per non farsi prendere e restò nascosto finché non sentì che le guardie, corse in strada per acciuffare il colpevole, era rientrate nel Palazzo. “Sono proprio una schiappa, se il cane mi vedesse ora riderebbe dei me. Quanto mi manca però chissà dov’è, forse non tornerà mai come mi disse quel giorno. Comunque questa cosa, è proprio divertente, voglio allenarmi un po’ prima di riprovare e poi chissà che succederà.” Tutti i giorni quindi aveva preso l’abitudine di andare nel bosco e lanciare sassi mirando ai rami più alti degli alberi. Era una gran fatica e quando tornava a casa era sempre più stanco, tanto che Khira la moglie, gli chiedeva cosa facesse per ridursi così, ma lui non raccontava nulla. Questa alla fine si insospettì a tal punto che una mattina lo seguì. Tanta fu la meraviglia di scoprire, che il marito passava il tempo a tirar sassi agli alberi, che quasi svenne. Non poteva fargli rimprovero, ma quel tipo di divertimento era per lei segno di follia, non aveva nessun senso. Nessuno di sua conoscenza faceva cose simili, così anche se non lo amava, decise di andare a chiedere consiglio al vecchio medico, nella speranza di poterlo cambiare. Anch’egli rimase perplesso e volle andare a vedere con i suoi occhi cosa facesse il giovane tutte le mattine. Quando dietro il cespuglio con Khira, acquattato per non farsi vedere osservò ciò che Pier faceva, ne restò esterrefatto e tornò al suo ambulatorio per trovare se c’erano casi simili in altre parti del mondo. Chiamò suo fratello che era un saggio molto importante, viveva alla corte del re e gli espose il quesito, ma anche questi non si capacitava di tale bizzarro comportamento e volle pure lui recarvi nel boschetto insieme ad altri luminari per soppesare le stranezze del giovane. In men di un mese, il boschetto era pieno zeppo di gente che parlottava e trovava strane ipotesi, nel veder quel giovane tirare sassi agli alberi e mai desistere dalla otto a mezzogiorno. Tirava un po’ a quello e poi a un altro, un po’ di sinistra e molto di destra, lo faceva correndo, saltando o restando fermo impalato. Ci metteva impegno per tirare sempre più in alto e a dire il vero non aveva molto successo. Un giorno il giovane si bloccò proprio mentre stava per tirare l’ennesimo sasso e tutti quelli che lo guardavano trattennero il fiato. Lui lo lasciò ricadere, poi si sfilò la cintura e armeggiò un po’ per farne una fionda, vi collocò un sasso e iniziò a roteare forte, sempre più forte poi dette uno strattone lasciando un capo della cintura e la pietra partì come una saetta troncando il ramo dell’albero più alto. Pier iniziò a urlare di gioia e saltellare ovunque, poi rifece la stessa cosa e sempre il sasso così lanciato divenne prodigioso e arrivò ancora più lontano, spezzando un ramo di un altro albero gigante. Allora tutti quelli che erano nascosti si guardarono in faccia e uno di loro, un uomo gigante e cupo in volto, dichiarò che aveva la soluzione a quella strana malattia e il rimedio presto detto sarebbe stato tramandato a tutte le generazioni future. Gli altri illustri medici lo ascoltarono dandogli ragione, era certamente proprio quella la soluzione, si sentivano tutti più sollevati. Andarono in pompa magna dalla moglie che li aspettava a casa e il cupo medico gli spiegò di cosa il marito soffriva. “E’ una rara malattia che si chiamava Sassolancio, la cura consiste nel togliergli la cintura dei pantaloni e chiuderlo in una stanza della casa senza farlo uscire per un mese, cibandolo con sole ghiande.” Parlava in modo grave mentre di sghembo guardava alla bella Khira. “E guarirà?” chiedeva la moglie con fare preoccupato. “Non si sa, speriamo, vediamo, controlliamo, intanto facciamo e poi ci rivediamo.” - “Ma come farò a tenerlo rinchiuso per un mese? Non mi ascolterà.” - “Siamo certi che una donna bella e intelligente come lei, saprà trovare il giusto modo.” Gli disse mentre si allontanava per tornare da dove era venuto, tutto il gruppetto di luminari lo seguì come fossero stati amici da sempre.

Quando Pier rientrò in casa era così contento che fischiettava, finalmente era certo sarebbe riuscito a colpire la finestra giusta e chissà cosa sarebbe accaduto, questo il cane con i paraorecchie non glielo aveva detto di preciso, ma la cosa non lo preoccupava più. Andò a prepararsi per la notte, avrebbe agito alle prime ore dell’alba per non rischiare che le guardie lo riconoscessero.
La moglie si era fatta bella e aveva preparato la cena, si avvicinò ridendo e solleticandolo tanto che il ragazzo se ne stupì molto, era forse questo il miracolo si chiedeva, forse la moglie si sarebbe trasformata nella fanciulla che tanto sognava dopo la sua impresa gloriosa. Le sorrise, ma appena mise in bocca il primo boccone sputò schifato. “Ma cosa mi hai dato da mangiare moglie?” - “Sono le ghiande più buone che ci siano marito mio, mangiale che ti faranno bene. Lo ha detto il Gran Medico, un luminare sai.” - “Non ci penso per niente. Ghiande? Ma questa è nuova. Che razza di medico è per dire queste sciocchezze. Io non le mangio davvero, fallo tu.” – “Maritino mio, vieni di là allora che ti farò riposare e dimenticare i tuoi affanni.” Aveva escogitato un tranello se lui non avesse acconsentito di seguire la cura. Egli era stanco e senza pensarci la seguì nella camera da letto. “Togli gli abiti che li metto a lavare” e lui li tolse e li poggiò sullo sgabello, a quel punto Khira più svelta che poté, uscì prendendo i vestiti e sbarrò la porta chiudendolo dentro. Aveva fatto montare un grande chiavistello e con quello, la porta non poteva aprirsi se non da fuori. Il ragazzo credette a uno scherzo e lì per lì non disse nulla. Poi vide che si apriva uno spiraglino piccolo, piccolo e da lì sbucò un piatto con dentro le ghiande. Questo gli parve curioso, ma al tempo stesso iniziò a sospettare che non fosse uno scherzo ma qualcosa di molto brutto nei suoi confronti. “Moglie, cosa fai? Sei impazzita? Apri la porta. Questo scherzo non mi piace.” - “Marito mio, perdonami, me lo hanno comandato i medici, questa è la cura per la tua malattia la sassolancio.” - “Ma di cosa stai parlando? Io non ho nessuna malattia e questa poi non l’ho mai sentita. Apri, non fare la pazza e ci ridiamo su, ma se aspetti troppo mi arrabbierò e saranno guai per te.” Ma la donna non aprì e il ragazzo passò la notte al freddo senza vestiti e con un piatto di ghiande per cena.

Paola Vergari
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