Fiorentini si Cresce

Gatti selvatici


Questa settimana la cantastorie Paola Vergari ci porta nel mondo della piccola Fiamma. Un gattino in pericolo e diversi ostacoli troppo alti per la bimba. Ma niente è davvero troppo di fronte al coraggio trovato per salvare una piccola vita. Riuscirà Fiamma a portarlo in salvo?
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Dalla terrazza della camera da letto della mia mamma si vedono i gatti sul tetto del supermercato che sta dietro casa mia. In primavera ce ne sono una decina almeno che se ne stanno distesi sul tetto d'eternit ondulato, con i cuccioli appena nati che si allenano a saltare sulle ondine, rincorrendosi e facendo la lotta fra loro. Uno spettacolo che io e mia madre spesso ci godiamo, sorseggiando una bibita fresca.

Un giorno, mentre facevo i compiti per la scuola, la mamma mi chiamò dalla camera, preoccupata. Non ci pensai due volte a lasciare il quaderno e i libri sul tavolo con tutti i conti di matematica, che non volevano entrarmi in testa e la raggiunsi in un attimo.
-Lo senti questo miagolio? È da stamani che non smette. Secondo me deve essere caduto un micino dentro il tubo di scarico delle acque piovane, lì sul tettuccio del supermercato. -
Mi disse un po’ affannata. Quelle parole furono per me come uno schiaffo. Se lei era in apprensione, io mi sentii morire all'idea che una creatura così piccola potesse essere finita in un tubo così profondo e stretto.
Ho sempre amato ogni tipo di animale e la sofferenza altrui per me è il dolore più grande, che devo cercare di alleviare. Entrai in casa senza proferire parola. Dovevo salvarlo!
Se la matematica nella mia mente, si perde fra i meandri della fantasia cadendo in baratri oscuri senza speranza, il pericolo di una creatura mi attiva tutta una serie di azioni chiare e dettagliatamente ordinate in sequenze perfette.

Cercai una corda abbastanza lunga da calare nel tubo e mi avviai, verso la porta di casa per affrontare la salita fino al tetto di eternit con la sola forza delle mie braccia e gambe. Ma la mamma non era convinta fosse una buona idea, soprattutto per il fatto che sarei dovuta salire su un tetto di circa tre metri e anche se era largo, restava potenzialmente pericoloso. Mentre mi ripeteva una serie di ostacoli che avrei trovato e cercando di spiegarmi che la natura ha il suo corso e bisogna lasciare le cose come sono senza intromettersi, il mio sguardo era oltre. La mia mente progettava ogni mossa del mio corpo, preparandomi alla grande sfida.

Avevo giocato molte volte nel cortile con gli altri bambini del condominio e Andrea mi aveva insegnato ad arrampicarmi su quel muretto. Sapevo come fare per arrivare alla grondaia, anche se da sola non lo avevo mai fatto.
Il primo ostacolo era il primo muretto che era sottile e i miei piedi sarebbero dovuti stare sulle punte uno davanti all’altro, proprio come sulla trave che in palestra a scuola non riuscivo mai a fare per intera. Una volta superato il primo ostacolo, c’era il tetto del garage che era più alto di me e in piedi sulle punte del muretto sottile dovevo tirarmi su oltre la mia altezza. In genere Andrea che era più alto e forte, saliva per primo e poi mentre io lanciavo una gamba per puntarmi sul tetto lui mi afferrava tirandomi su.

Non era semplicissimo, ma ero motivata e oltre al mio innato coraggio nel salvare altri esseri viventi, speravo di tenere il gattino con me una volta salvato.
I gatti selvatici che vivevano tra il tetto e il parcheggio del grande supermercato, non si facevano mai avvicinare e questa era un’occasione d’oro.
Dovetti fare appello a tutte le mie forze, il muretto era alto per me e non avevo nulla su cui salire per arrampicarmi con facilità. Misi le mani sopra e mi tirai su con la forza delle braccia mentre mia madre dalla terrazza mi diceva di lasciar perdere. Al decimo tentativo riuscii a salire il primo muretto, restai a cavalcioni per qualche istante riprendendo fiato. Poi mi sollevai con attenzione per non cadere giù e camminai lentamente verso il garage in equilibrio su quel muretto stretto cinque centimetri. Camminavo sulle punte con un piede avanti all’altro senza respirare e arrivai al garage in pochi passi che mi parvero infiniti tanto ero in tensione.

Il miagolio perpetuo e fievole mi chiamava e nonostante il garage fosse molto alto non volevo arrendermi. Conoscevo le sequenze dei movimenti per salire sopra che facevo con Andrea. Adesso però non avevo tempo di chiamarlo e così tenendomi con le mani nell’angolo del tetto nero, lanciai una gamba verso il lato per puntellarmi ma non riuscivo ad arrivare fin lassù. In genere Andrea l’afferrava prima. Tentavo e ritentavo e dopo non so quanti tentativi andati a vuoto, finalmente la punta del piede s’incastrò al tetto e con il mio corpo quasi orizzontale mi sollevai. Pesavo molto meno così, avevo solo l’altra gamba da portarmi dietro e coordinandomi con le braccia rotolai sul tetto del garage. Era fatta! Ora ero certa che l'avrei salvato.
Non sono mai stata atletica, ma in certi frangenti mi trasformo in una supergirl.
In piedi a circa due metri e mezzo d’altezza guardai giù e nonostante avessi sempre avuto le vertigini, non indietreggiai ne mi sentii vacillare, solo mi chiesi come sarei scesa, con un velo di terrore.
Alzai gli occhi alla terrazza sperando che mia madre avesse visto che ero riuscita ad arrampicarmi, invece era rientrata in casa convinta che non sarei mai riuscita nell’impresa, tanto era passato il tempo da quando ero uscita di casa.
Che delusione sentii, lei non avesse fiducia in me. Ma il micino era in pericolo, non potevo perdere il tempo in pensieri tristi, e nemmeno nella paura di cadere.
Dal tetto del garage a quello del magazzino era invece facile salire, dato che c’era un’altezza di circa mezzo metro. Mi appollaiai a cavallo della grondaia proprio davanti al buco del condotto di scarico delle acque. Calai la corda fino a quando non sentii che era arrivata a terra. Adesso ero tranquilla, sapevo che ora toccava al gattino lottare. Io ero arrivata fino al tetto da sola per lui, ma adesso lui doveva fare la sua parte per salvarsi. Questo era quanto io potevo fare, lui ora nonostante avesse pochi giorni di vita doveva mettercela tutta e arrampicarsi fino a me, o per lo meno restare attaccato fin quando non lo avessi tirato su.
 
Fine prima parte.
Fiamma

Paola Vergari
 


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