Fiorentini si Cresce

Gatti selvatici. Seconda parte


Il gattino finalmente viene salvato anche con l'aiuto della mamma della piccola Fiamma. Passano i mesi e la bimba vive i suoi primi batticuori, ma per lei i valori dell'amicizia sono più importanti e anche se soffre scopre di avere dei doni speciali. Il gatto che ha salvato tornerà a ringraziarla e a dirle che lei è una persona fantastica. Di Paola Vergari
Dove
Quando
  
Ingresso
Contatti
Tel:
Fax:
Consigliato a

Adesso dovevo solo aspettare che il micino si aggrappasse per tirarlo su. Ma il micino non capiva e facevo mille tentativi a vuoto.
Nel frattempo la mamma si era riaffacciata dalla terrazza dato che erano passate alcune ore e io ero sempre appollaiata lassù.
- Torna a casa, tanto è inutile. Torna a casa, che diventa buio fra poco. Ti ho fatto la merenda e poi devi finire i compiti. –
Mi ripeteva la mamma, ma nessuna delle sue parole mi distoglieva dal compito. Ero determinata a salvarlo, non avrei mollato per nulla al mondo. Provai e provai, ma il gatto non si attaccava alla corda e io restavo lì a parlargli a incoraggiarlo mentre lui miagolava.
Mia madre, vedendo che non desistevo, cercò una soluzione, forse più per farmi tornare a casa che per il gattino. Entrò in casa e dopo poco si riaffacciò alla terrazza con un grande gomitolo di lana.
-Fiamma, guarda, ti ho preso questo. Lo devi legare alla corda e buttarglielo giù. Vedrai che con il gomitolo sarà più facile per il micetto aggrapparsi. -
Me lo lanciò, eravamo distanti pochi metri e io che ero riscesa sul tetto del garage lo afferrai senza problemi. Ormai avevo superato la paura delle vertigini e mi muovevo con disinvoltura.
Con molta attenzione legai il gomitolo alla corda e lo calai nel tubo. Sentii subito dal peso e dal silenzio improvviso che il micino si era attaccato al gomitolo. Il cielo era all’imbrunire e il vociare dei bambini sulla strada era scomparso. Mi sembravano attimi infiniti quelli che trascorrevano mentre riavvolgevo la corda. Il mio cuore era sospeso e la mamma alla finestra mi osservava anche lei in apprensione. Finalmente vidi il musetto del gattino sbucare all’improvviso dal buco in cui era caduto. Senza perder tempo lo afferrai con una mano per la paura che ricadesse in fondo mentre il mio cuore batteva forte per l’emozione.
-Non ti lascio, stai tranquillo, sei salvo. –
Gli sussurravo in piedi sul tetto mentre mia mamma applaudiva felice dalla finestra. Insieme avevamo salvato una vita e i nostri cuori esultavano increduli e commossi.
Scesi dal tetto con il gattino stretto sul cuore, quasi senza accorgermene. Poi volai verso casa con il piccolo fra le mani.
-È mio, è mio. –
Mi ripetevo felice, suonai il campanello di casa e corsi per le scale.
-Eccolo, mamma. –
-Non credevo ce l'avresti fatta. Brava, sei stata proprio brava. Adesso però riportalo alla sua famiglia. – Il cielo mi piombò addosso a quelle parole.
-No! È mio. – Dissi tenendolo stretto al mio cuore.
-Ma la sua mamma lo starà cercando. Non è giusto, prima si è disperata perché le è caduto e ora glielo porti via tu? – Che colpo basso.
Sapevo che c'era un fondo di verità nelle sue parole, ma sapevo anche che il motivo reale, era che lei non voleva animali in casa. Continuai a lottare per un po’ ma sempre più debolmente, non avevo la forza di contrastare la sua logica. Alla fine cedetti e lo portai giù con la morte nel cuore.
Lo misi nel giardino della vicina che confinava con il garage e il tetto del supermercato su cui ero salita. Il cancello del giardino era sempre aperto e potei entrare tranquillamente. Lo posai a terra sotto il grande albero di diosperi che faceva da ombrello verde, al cielo sfumato dei colori del tramonto, noi lo chiamavamo il Cachi, e fino a quel giorno quella parola mi aveva sempre fatto ridere.

Restai lì, accanto al gattino che aveva schiuso gli occhi probabilmente da pochi giorni tanto erano piccoli. Aspettavamo insieme la mamma gatta, ma questa, con mia segreta gioia, non si presentava. Tornai in casa che era buio con il cucciolo ancora sul petto, mio padre era a tavola e tutta la famiglia mi si mise accanto a osservare il gattino. Ero convinta che oramai era stato abbandonato e quindi mio di diritto, ma la mamma mi convinse di nuovo a riportarlo giù e anche il babbo non si fece commuovere dal mio sguardo triste.
-La gatta aspetta che tu te ne sei andata. Non si avvicina se resti lì. Il micino ha bisogno della sua mamma, vedi come è piccolo, ha bisogno del latte della mamma. – Erano parole che mi si stampavano a fuoco tanto bruciavano.
Di nuovo scesi le scale a malincuore. Non ero sicura delle sue parole, non mi fidavo fino in fondo. Avevo paura che sarebbe rimasto solo e che nessuno lo avrebbe preso. Così lo misi nel giardino e mi allontanai di pochi metri acquattandomi dietro alcune macchine parcheggiate nel vialetto.
Come aveva detto mia madre, dopo poco arrivò una gatta guardinga, lo afferrò per la collottola e se lo portò via. Fu tutto così veloce che i miei occhi non erano certi di aver visto la scena e tornai nel giardino per cercarlo. Ma non c’era traccia di gatti.

Felicità e tristezza si mescolavano, sapevo che era la cosa giusta ma averlo tenuto tra le mani mi aveva trasmesso un amore grandissimo e rinunciarci era stata dura.
In famiglia l'impresa fece molto effetto, ero diventata un'eroina coraggiosa forse, anche un po' da temere.
Passarono alcuni mesi e dei gatti a poco a poco mi dimenticai. Passò l’estate e la scuola riprese i suoi ritmi, ero in quinta elementare, ma soprattutto quello che mi occupava la mente era un bambino di nome Massimo. Non passarono molte settimane che venni a sapere che non ero la sola a pensarlo in classe. In effetti era il più carino. Ma non mi arrendevo a sperare di essere ricambiata, fino a quando la mia amica del cuore mentre tornavamo a casa, mi confidò di esserne innamorata pure lei.
Mi sentii spacciata, se sulle altre avrei potuto avere delle chance, il fatto che la mia migliore amica Lorenza ne fosse invaghita mi stese a tappeto. Non solo le volevo bene e non avrei mai voluto farle un torto, ma era anche lei la più carina della classe. Ci misi un secondo a decidere quando mi chiese se piaceva anche a me.
-Scherzi? Non mi piace per niente. Voi due sareste la coppia perfetta. Se non te lo chiede lui, lo devi fare tu. –

Lorenza mi guardava con i suoi occhioni verdi che le brillavano. Era timida e non si sarebbe mai dichiarata se non fossi stata io a incitarla. D’altra parte io rinunciai, anche solo a fantasticarci. Altro che coraggiosa, in amore la paura la faceva da padrone. Il mio cuore si spezzava ancora e capivo che ero io a farlo, ma non potevo essere diversa, per me l’amicizia era sacra. Nella nuova scuola non era stato facile avere delle amiche e non le volevo perdere per un sogno che sapevo non reale.
Quell'anno la mamma aveva iniziato a lavorare, rientrava alle due del pomeriggio. Avevo le chiavi di casa, ma un giorno tornando da scuola mi accorsi di averle scordate. Mi misi seduta sullo scalino del portone ad aspettare. Non passava nessuno o quasi dato che era ora di pranzo.
Le macchine parcheggiate davanti al marciapiede facevano una lunga catena. Ogni tanto una persona di fretta, con lo sguardo fisso davanti a se mi sfiorava senza vedermi.
Ripensai all'ultimo giorno di scuola della terza elementare, l’ultimo che avevo fatto dalle suore, per la quarta la mia mamma mi aveva iscritta ad una scuola comunale sotto casa.
Ripensai a quell’ultimo giorno in cui ci diedero le pagelle, ero rimasta l’ultima in classe per rimettere tutto in cartella. Non mi aspettava nessuno fuori del portone della scuola, sarei tornata a casa come sempre da sola, quindi me la presi comoda.
L'unica via di uscita della classe era il terrazzino che dava sul cortile. Presi la cartella che pesava più di me e uscii sul terrazzo dove mi scontrai con Antonio, un bimbo di classe mia che era tornato indietro, per salutarmi.
-Scusa. –
Disse sorridendo. Per tutto l’anno ero stata innamorata di lui, ma non glielo avevo mai fatto capire. Era alto, il più alto della classe, mentre io ero tra le più piccole. Gli arrivavo al mento.
-Devo andare! – Gli dissi con gli occhi bassi per la timidezza.
Ma lui svelto aveva messo un braccio alla parete.
-E se non ti faccio passare? – Mi guardava e rideva.
Ero rimasta di sasso, non me lo aspettavo.
-Dai, non ho tempo di scherzare. – rilanciai cercando di non dar peso alle sue parole che in parte mi facevano sentire desiderata ma dall’altra m’intimorivano, come se da me avesse voluto portarmi via qualcosa piuttosto che donarmi un pensiero.
-Ti faccio passare solo se mi dai un bacio. – mi lanciò pieno di sfida.
Baciarsi, per le suore, era una cosa proibita.
Trasgrediva ogni regola della scuola, se ci avessero visti sarebbe stato molto grave, e soprattutto io ero timida.

Lo guardai negli occhi ed ebbi paura ma subito notati che potevo passare sotto il suo braccio teso poggiato al muro, ero piccola e veloce abbastanza da passarci prima che lui lo potesse abbassarlo. Gli risi davanti un po' beffarda e fuggii piena di paura e gioia. Lo sentii gridarmi dietro ma ero elettrizzata dalla mia fuga, dal fatto che lo avevo fregato e che lui era rimasto lì come un fesso.
-Aspetta! – mi gridò. Ma corsi fino in fondo alla strada, senza fermarmi.
Lui non mi raggiunse e io che mi ero già pentita, m’incamminai verso casa senza voltarmi, nella speranza di sentirlo arrivare alle spalle.
Adesso, seduta sul marciapiede ripensavo a quell'episodio con nostalgia e rammarico. Non avevo idea di dove abitasse.
Ero su quel gradino con la faccia tra le mani a pensare quanto fossi vigliacca in amore, quando dall'altra parte della strada mi accorsi improvvisamente della presenza di un gatto.
Distolsi i pensieri per guardarlo, era uno dei gatti selvatici del supermercato. Ero convinta che i gatti non si allontanassero mai da quel giardino, credevo che quello fosse tutto il loro mondo, invece mi resi conto che si avventuravano ben oltre la loro strada, rischiando anche la vita con le macchine che passavano.

Il gatto guardingo attraversò la strada appena fu libera dalle macchine. Subito si nascose sotto le auto e si diresse verso la stradina che andava alla scuola, dietro al supermarket. Arrivato all'incrocio però fece dietrofront, dirigendosi verso di me.
“Andrà nel vialetto. –pensai - da lì raggiungerà facilmente il tetto, per lui è uno scherzo saltare, non come me che ho faticato”.
Il gatto camminava sotto le auto e mi venne vicino. Iniziò a farmi le fusa intorno alle gambe. Ero estasiata. Non ero riuscita mai ad avvicinarli ed ora quel gatto mi regalava le sue carezze. Mi chiedevo come poteva essere accaduto e ecco che capii.
È la madre del micino. È venuta a ringraziarmi. Ecco, sì, è lei. Mi pareva che il gatto stesso mi dicesse queste cose, nella mente perché non era proprio un mio pensiero. Mentre lo accarezzavo arrivò veloce un passante e il gatto in un lampo si nascose di nuovo sotto le auto. Aspettai che tornasse, ma questi mi guardò da sotto l’auto come solo un gatto sa fare. Ritornò per la sua strada. In pochi attimi era scomparso nel vicolo.
Quando lo raccontai alla mamma la vidi vacillare.
-Ma no- rispose - i gatti non sono come noi. Era un altro. –
Invece io sentivo la mia voce interiore che mi diceva che il gatto mi aveva ringraziata e mi aveva anche detto che ero speciale e piena di amore, di avere fiducia e continuare così.

Ora sapevo di avere un dono. “Capisco gli animali.” mi dissi. E da allora ho sempre amato ogni creatura vivente e ho cercato di aiutarla per quanto mi è possibile. Ma forse feci un errore di considerazione, forse non era la madre, ma il cucciolo che era cresciuto. In effetti erano passati alcuni mesi e il micino che avevo stretto al petto probabilmente aveva mantenuto il ricordo del mio odore e anche crescendo e diventando adulto, mi aveva riconosciuta.

Fiamma

Di Paola Vergari


Newsletter

(c) 2018 Tutti i diritti riservati - P.IVA 06038670482 - Concept, progetto grafico e gestione contenuti: Elisa Staderini