Fiorentini si Cresce

Dubia e la Diga


Questa settimana Paola Vergari ci porta nella favola noir. Il rancore di una magistrella si trasforma in odio e si sfoga su un piccolo villaggio indifeso, sito alle pendici di una diga. Dubia mostra tutta la sua rabbia nel veder soffrire gli altri.
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Dubia era proprio arrabbiata con tutti. Lei era una magistrella molto efficiente e aveva a sua disposizione così tante formule magiche, che avrebbe potuto modificare l’intero paese di Magilandia, eppure… eppure nessuno la considerava.
Già, non c’era nessuno che le facesse i complimenti, che so per come aveva trasformato le conchiglie in spaghetti o per…
Dubia quando era arrabbiata, sollevava il vento così tanto da tirar via i tetti dai capanni e far sparire i gatti, sotto gli occhi esterrefatti di comari e ragazzine, che strillavano impaurite.
Non era colpa sua, se il tempo le aveva dato la maestria di colorar di grigio i capelli delle donne e metter loro rughe tra occhi e labbra.
Certo lo sapeva che queste non erano contente. Ma come sarebbero diventate sagge, se avessero continuato a conquistar ragazzi invece di fermarsi a riflettere sulla vita, la tristezza, le malattie, eccetera?
Si considerava una magistrella di gran valore e interpretava la sua missione di vita alla perfezione, ma ancora di più pensava: “In quattrocento anni, non c’è stato nulla: né un encomio, né una medaglia. Per tutto il bene che ho prodigato.”

La cosa proprio non le andava giù. Così un giorno, in cui le piume di corvo le si erano un poco appassite sulle spalle e il morale scalpitava più funesto del solito, decise di vendicarsi.
Non sapeva bene con chi o contro cosa, ma certo avrebbe trovato qualcuno degno della sua vendetta, che avrebbe maledetto il giorno di esser nato.
Tra i magistrelli di Magilandia ce n’erano di buoni e di cattivi ma il fatto strano pare proprio, che i cattivi non abbiano la minima idea di esser tali. Anzi, si sentono nel giusto e nel diritto di brontolare, di arrecar danno e protestare e soprattutto i cattivi all’apparenza, sembrano buoni. Parlano di giustizia, di divertimento, di libertà e tante altre belle parole, che poi nei fatti si traducono in: “Voglio tutto come piace a me.”



La pioggia imperversava tracimando ogni cosa al suo passaggio, in quel lembo di terra tra la montagna e le valli circostanti. Da giorni, aumentava di volume l’acqua nella diga vanto dell’umana attitudine a costruire per cambiare il corso delle cose naturali, anziché confluirle e preservarle.
Il lago artificiale era gonfio e di un colore grigio e nero, tale da non rispecchiare il colore del cielo che seppur nuvoloso e cupo era più tenero, del colore del lago. Il vento girava e rigirava sulla superficie spruzzando gocce fino al villaggio, che sottostante alla valle godeva di un certo benessere, dovuto appunto alla diga che infida presto, avrebbe fatto pagare il conto.

Dubia volando nella tempesta in cerca della sua vittima vide il lago ed un richiamo in lei risuonò, come fosse stato il grido di un sogno speciale.
Rispecchiava il suo intimo turbinio, la forza nascosta del suo odio, che celava al cuore.
I suoi occhi, di coccodrillo famelico potevano sondare le profondità e scorgere la breccia fragile della diga.
In un lampo le apparve la sequenza di tutto l’accadimento: il tragico evento, che lei poteva causare aprendo la breccia sommersa. Vide bocche aperte con gli occhi gonfi d’acqua, le mani stringenti lembi di stoffe vuote, scarpe e bambole seguire la corrente, isolate dal mondo. Provò un brivido di spavento per i suoi stessi pensieri.
Togliere la vita a tutte quelle persone, sarebbe stato facile, molto più facile che dare la vita. La morte ha di bello che porta il silenzio, la pace. L’acqua sommerge e affoga le grida. La vita invece: contorce le orecchie, affatica la mente e il corpo di ingenue donzelle. Così Dubia si lasciava trasportare dal suo odio profondo.
Il suo petto bruciava di freddo, il dolore di essere sola e incompresa la spinse a tuffarsi in quel liquido buio, dove il nulla sobbalzava e la sbatteva contro le pareti infracidate della diga. Nel torbido dell’acqua ella respirava come avesse avuto le branchie, scendeva in profondità scorrendo con le mani rifinite di artigli ogni pietra posta dall’uomo, cercando la pietra incastrata nella breccia. Gli occhi iniziavano a bruciare, lacrimava mescolando il suo sale al dolce del lago. La veste le impicciava tra le gambe, se ne liberò per nuotare vigorosamente. Stava per rinunciare, furiosa quando una scheggia le si conficcò sul palmo. Il suo grido si sentì fin giù nella valle. Un boato che per alcuni fu il segnale di fuggire.

Non tutti gli umani, conoscono le magistrelle, non tutti conoscono il loro potere funesto. Quei pochi acchiapparono quel che poterono e corsero via: chi su l’albero, chi verso la montagna a lato della diga, chi sbagliando verso il fiume sperando di esser traghettato oltre.
La maggioranza però non comprese, restò sospesa ad aspettare un secondo rumore, una spiegazione. Gli occhi di quella gente si riempì di paura nel vedere un attimo dopo la montagna crollare, tracimando ogni cosa.
Terra, alberi, case. La breccia da cui spillava acqua, potente, bizzarra che a poco a poco aumentava di volume, si allargava fino a diventare un’immensa colata, che tutto sommerse.
Dubia adesso rideva: “Sono una magistrella potentissima.”
Non provava sentimenti di dispiacere per quegli esseri umani. Per i bambini o le loro madri, che lacrimavano, galleggiando insieme. Sorvolò su quel che era una volta il paese, che adesso tornava alla primaria natura.
La sua vendetta si era compiuta.

Paola Vergari
 


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