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- Lo spazio dei bambini - Dillo con 1 fiaba |
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Elisabetta Maùti è laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Psicologia Clinica.
Psicologa, formatrice, mamma di due bambine, autrice di fiabe e collaboratrice di Fiorentini si Cresce per il mondo delle favole.
Elisabetta scrive favole ad hoc attraverso cui veicolare un messaggio: perciò, cosa vorresti dire a tuo figlio in modo che lo comprenda davvero? Invia la tua richiesta, Elisabetta scriverà per te la favola da raccontare nella tua famiglia, perché anche se parlano la stessa lingua, adulti e bambini utilizzano linguaggi differenti, perché diversi sono i loro rispettivi processi di pensiero. Il rischio è quello di non comprendersi.
Gli adulti sono mediamente razionali, e poggiano la maggior parte delle loro convinzioni sull’esperienza e il buon senso. I bambini invece si orientano cercando di scoprire le regole di funzionamento del mondo, verificando l’applicabilità di regole certe agli ambiti più diversi (per es. credono che che i sassi negli anni possano crescere er diventare montagne); oppure usando l’immaginazione e ampliando i limiti del possibile. Per loro è facile credere alla magia, perché molte delle cose che per gli adulti hanno basi solide, scientifiche o dimostrate dall’esperienza, per loro sono inspiegabili (p. es. danno per scontato che gli uomini che vivono dall’altra parte della terra camminino sul soffitto).
E allora come possiamo UNIRE IL MONDO DEGLI ADULTI CON QUELLO DEI BAMBINI? MA CON LE FAVOLE!!..
Nella fiaba tutto può essere detto e basta un ago immaginario per ricucire una vecchia ferita... Ogni favola, per sua struttura permette di accedere alla verità, una delle cose a cui i bambini aspirano.
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La famiglia delle torte
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Per la bimba di A. dalla penna della Dott.sa Matui. Oggi scopriamo che ogni famiglia e’ un po'diversa, ma anche un po' uguale a tutte le altre. Quello che conta davvero è l'amore tra le persone che ne fanno parte e lo stare bene insieme |
Una bella domenica mattina di marzo, sul bancone di una pasticceria del centro, si incontrarono alcune torte, per festeggiare la primavera.
Essendo tutte belle e molto vanitose – mentre erano lì in bella mostra, non facevano che guardarsi e confrontarsi.
“Io credo di essere la più buona,” disse una con la glassa rosa, “perché tutti i bambini mi guardano con l’acquolina in bocca.”
“Però tu non hai il cioccolato,” gli rispose subito una torta Sacher, con un forte accento tedesco.
“E tu non hai la meringa,” fece eco una meringata.
“E tu non hai la crema,” ribatté una millefoglie.
Neanche a dirlo, ognuna di quelle torte sentiva di avere qualcosa in più e qualcosa in meno di tutte le altre e per quanto parlassero, discutessero e si confrontassero, non riuscivano a decidere quali erano gli ingredienti migliori per diventare la torta più buona del mondo.
Stavano ancora discutendo, quando passò di lì un bambino.
“Ehi, tu… bambino. Vieni da aiutarci,” lo chiamarono le torte e gli spiegarono il problema.
“Lei ha lo zucchero e la crema..”
“.. io ho il burro e la marmellata..”
“.. mentre io ho il ripieno di nutella..”
“.. invece io…”
“BASTA!” Le fermò il bambino. “Ognuna di voi è buona a modo suo: non ci sono ingredienti giusti o sbagliati. Ogni torta è una combinazione di cose: l’importante è che stiano bene tra loro.”
“Giusto,” pensarono le torte, e da quel giorno smisero di litigare. Ma ogni torta, nel suo cuore, resta convinta che i suoi ingredienti sono i migliori del mondo.
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La cucina stregata
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Fa capricci a tavola? Se hai un bambino che non ama mangiare, prova a raccontargli questa storia di Elisabetta Matui. Quale altra favola vorresti per lui? |
Giacomino non ama mangiare: i suoi genitori lo pregano e lo implorano ma senza successo...
Una notte però il mago Famelicus visita la cucina di quella casa. “Sono stufo di sentire i capricci di questo bambino che non vuole mangiare: si merita una bella lezione.” Fece un incantesimo e sparì.
La mattina dopo, appena sveglia, la mamma andò in cucina a preparare il caffè, ma il barattolo del caffè sembrava incollato al tavolo. Lo stesso accadde con le tazzine, lo zucchero e i cucchiaini.
Svegliò il papà, che era molto più forte di lei, ma neppure lui riusciva a sollevare le cose che sembravano incollate al loro posto. Tira, forza e spingi, fecero dei grandi sforzi, chiamarono anche i vicini di casa ma non ci fu nulla da fare.
Quando Giacomino andò in cucina, per vedere cos’era quel gran trambusto, vide il piatto di pasta al sugo che aveva lasciato la sera prima. Affamato com’era, si mise in bocca un maccherone, e in quel momento il barattolo del caffè fece un saltello. Tutti si girarono stupiti.
“Che succede?” disse papà.
Giacomino mangiò un altro boccone e la tazzina fece un piccolo balzo sul ripiano. Al terzo boccone, il cucchiaino fece addirittura un salto dentro la zuccheriera. Al quarto due bicchieri fecero un brindisi. Al quinto boccone la tovaglia a quadretti fece ciao ciao con un angolo.
Giacomino aveva capito che quando mangiava, gli oggetti della cucina si muovevano da soli.
Mangiò un altro boccone e la forchetta tintinnò sul piatto; poi, al boccone successivo, l’olio e l’aceto si toccarono facendo cin cin.
“Questa cucina è stregata.” Disse papà.
“Ma no, papà, sono solo io” disse Giacomino, e mise in bocca l’ultimo maccherone. In quel momento un uovo che si trovava sul tavolo prese a rotolare veloce, sempre più veloce e sarebbe sicuramente caduto a terra, se la mamma non lo avesse afferrato al volo.
“Bravo Giacomino,” disse la mamma. “Hai imparato a far muovere gli oggetti della cucina. E con quest’uovo che ho appena salvato ti preparo una bella torta!”
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Fuocherello disobbediente
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"Non toccare": quante volte lo diciamo ai nostri bambini senza ottenere risultati? Proviamo a leggergli la nuova favola di E.Matui |
C’era una volta una fiammella di campagna.
La sua mamma era una fiamma del focolare e il suo papà era il grande fuoco che ardeva nel camino. La fiammella era ancora piccola, ma aveva un carattere vivace e curioso.
Stava con la sua mamma nel focolare e bruciava la paglia e i ramoscelli che si trovavano lì. Gli piaceva molto saltellare e lanciare qua e là qualche piccola scintilla.
“Non toccare,” gli diceva la mamma. “Non toccare quello.” Ripeteva papà, ma la fiammella non li ascoltava.
Così un giorno volle avvicinarsi ad uno straccio che era appoggiato ad una panca, ma appena lo toccò quello prese fuoco: subito una mano prese lo straccio e lo buttò nel lavandino.
“Hai visto cosa hai combinato?” gli disse la sua mamma.
“Volevo solo toccarlo, per capire come era fatto.”
Una settimana dopo si avvicinò troppo ad un giornale che era stato lasciato troppo vicino al fuoco. Dopo altri 10 giorni toccò una pagina di un libro che era poco lontano, ma tutto il libro iniziò a bruciare e non fu possibile salvarne neanche una parola. Ma ancora non smetteva di toccare tutto.
Così una giorno, incuriosito da qualcosa, lanciò una scintilla che cadde sul tappeto di corda e gli fece un grosso buco.
La mamma la sgridava spesso: “Se ti avvicini troppo il tuo calore brucia”.
L’ultima volta il fuocherello era così attratto da un bellissimo cuscino azzurro che si avvicinò tanto che bruciò il cuscino e tutta la sedia su cui il cuscino stava appoggiato
“Non si può andare avanti così.” Disse il padrone di casa e mise un vetro tutto intorno alla fiamma.
“Hai visto?” disse la mamma alla sua fiammella. “Ti avevo detto di non toccare, ma tu non mi hai dato retta. Adesso con questo vetro tutto intorno non potrai più muoverti davvero.”
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Il paese dei Ringrazi-orsi
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E' difficile dire "grazie"? Basta volare nel paese degli orsetti per imparare a usare la parolina magica... E tu che favola vorresti per il tuo bambino? Dillo a Elisabetta |
C’era una volta una bambina a cui non piaceva dire la parola “grazie”. Se le cadeva una penna, e qualcuno gliela raccoglieva, lei non diceva grazie.
Se la nonna le teneva aperta la porta, lei passava veloce, ma non diceva grazie.
Se la mamma le comprava un gelato, lei lo mangiava di gusto e se papà le portava la cartella? Avete indovinato? Esatto: lei camminava tranquilla, senza quel peso sulle spalle, ma non diceva mai ‘grazie’.
“Martina,” le chiedevano tutti, “perché non ringrazi mai chi ti aiuta?”
“Non serve,” rispondeva Martina. “Se qualcuno vuol farmi un favore, io sono contenta. Ma non ho proprio voglia di dire ‘grazie’.”
Un giorno però, proprio mentre andava a scuola, incontrò per la strada un orsetto che indossava una piccola giacca rossa. “Ciao Martina, sono contento di conoscerti: ho sentito molto parlare di te.”
“Davvero?” chiese la bambina curiosa. “E da chi?”
“Vedi io sono un orsetto Ringrazi-orso; nel mio paese i ‘grazie’ sono preziosi e li usano tutti. Così quando abbiamo sentito che c’era una bambina sulla Terra che non li usava mai, mi hanno mandato a conoscerti. E se vuoi ti porto nel mio paese a conoscere i miei amici,” rispose l’orso. “Ma ad una condizione…”
“Quale?” Chiede Martina.
“Che tu non mi dica mai ‘grazie’”
“Oh, stai tranquillo, questo te lo posso garantire.” L’orso la prese per mano e in un batter d’occhio la portò in volo nel bosco dove si trovava la città degli Orsi Ringrazi-orsi. Avevano case di vetro e biciclette volanti con cui giravano liberi per il cielo. Tutti indossavano giacche colorate e andavano in giro sorridendo nella loro bella città.
“Che meraviglia!” Esclamò Martina.
Si accomodarono in una bella pasticceria del centro e un cameriere portò loro una coppa di gelato ricoperta di panna e cioccolato. Martina mangiò di gusto, ma subito si rese conto di non avere soldi. "Non posso pagare,” sussurrò al Ringrazi-orso. “Non preoccuparti,” rispose lui, poi rivolto al cameriere: “Due grazie grandi, grandi da me. La signorina qui presente non ne ha.”
Il cameriere sorrise e i due uscirono. “Ma non hai pagato?” Chiese la bambina.
“Vedi mia cara, nel nostro paese abbiamo eliminato i soldi: qui non ci sono poveri né ricchi e tutti possono avere ciò che gli serve. Basta solo che dicano ‘grazie’”.
“Che meraviglia, beati voi! Da noi è molto diverso.”
“Ah, lo so bene. Ma vedi è proprio ‘grazie’ a persone come te che da voi il sistema non funziona. Se voi foste capaci di ringraziare, quando qualcuno vi aiuta, allora potreste smetterla di accumulare i soldi e utilizzare i ‘grazie’.” Martina era rimasta a bocca aperta.
“Vuoi dirmi che basterebbe che tutti noi dicessimo…”
“Non pronunciare quella parola,” la interruppe l’orso. “Me lo hai promesso. Vedi, la parola ‘grazie’ - che a te non piace e che fai tanta fatica a pronunciare - nel mio mondo è una moneta preziosa, che vale un tesoro. Ma se per te e i tuoi amici non vale nulla, è inutile dartela: voi continuerete a usare i soldi, ad accumulare monete e a fare la guerra tra ricchi e poveri; noi – usando il ‘grazie’ potremo vivere, viaggiare, fare la spesa o comprare quello che ci serve usando bene questa semplice parolina.”
Martina non credeva alle sue orecchie. “E io non posso più usarla? Proprio adesso che ho capito a cosa serve.”
“L’unica possibilità è che tu torni nel tuo paese e vai a dire grazie a tutti quelli che ti hanno aiutato e che non hai ringraziato prima.”
E se volete sapere la verità, Martina è tornata a casa e sta cercando tutti quelli a cui non ha detto grazie negli ultimi anni.
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Il mare arrabbiato
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Avere tanti giochi senza condividerli con gli altri bambini non ti fa divertire... Elisabetta Matui ci racconta la favola del mare che un giorno si arrabbiò e smise di giocare con i bambini |
C’era una volta un mare azzurro e allegro che amava moltissimo giocare con i bambini che venivano a trovarlo. Aspettava impaziente che i bambini finissero la scuola e arrivassero alla spiaggia con i nonni. Le onde amavano i pattini e i surf e i motoscafi.
La mattina presto arrivavano in spiaggia le mamme con i bimbi più piccoli, quelli che non potevano stare tante ore al sole. Allora le onde si appiattivano per non spaventare quei bimbi. E i bambini erano contenti. Entravano appena nell’acqua: bagnavano i loro piedini morbidi insieme alla loro mamma e poi tornavano a riva. Ma quando arrivavano i bambini più grandi le onde avevano tanta voglia di giocare con loro e li chiamavano. E i bambini capivano il linguaggio delle onde e chiedevano alla mamma di entrare nell’acqua a giocare con le onde; e non solo – una volta entrati non volevano più uscire perché era così divertente giocare con le onde.
Eppure un brutto giorno quel mare si arrabbiò perché alcuni bambini maleducati avevano lasciato tutta la spazzatura in spiaggia e le acque del mare si erano riempite di cartacce e bottiglie di plastica.
Il mare era talmente arrabbiato che decise che nessuno avrebbe più giocato con le sue onde.
“Sono mie e basta.” Si disse. “Non permetterò più a nessuno di giocare con le mie cose!”
Vi immaginate cosa avvenne? La mattina dopo, quando le mamme con i bimbi più piccoli arrivarono alla spiaggia c’erano onde talmente grandi che le mamme erano spaventate e riportarono a casa i loro bimbi. E lo stesso avvenne durante tutta la giornata. Nessuno poteva entrare nell’acqua, né i bambini, né i grandi. Non ci furono barche a vela, né motoscafi quel giorno e anche le navi più grandi avevano paura di uscire dal porto. Questo continuò per molti giorni. I bambini tornarono nelle loro città ma erano molto dispiaciuti perché giocare con le onde era una cosa bellissima. Ci furono mamme che volevano portarli in piscina, ma non era la stessa cosa…
“Ti ricordi quando giocavamo a palla, tra le onde?” chiedeva un bimbo all’altro.
“E quando c’erano i cavalloni e saltavamo tenendoci per mano?”
Tutti erano molto dispiaciuti. Per tutto l’inverno le cose continuarono in quel modo. Il mare era molto mosso e le onde erano talmente grandi che impedivano a chiunque di entrare.
I bambini tutte le sere chiedevano ai genitori: “Come sarà il mare domani? Pensi che ci farà giocare ancora con le sue onde?”
Siccome non sapevano più cosa rispondere, tutti i papà decisero di andare con i bambini a chiedere aiuto ad un vecchio pescatore.
“Che dobbiamo fare?” chiesero i papà e i loro bambini.
Il vecchio era molto saggio e conosceva bene quel mare.
“Il mare è molto arrabbiato,” rispose il pescatore. “Non vuole più che giochiamo con le sue onde. Forse dovremmo fargli capire che siamo amici e dargli qualcosa di nostro, come ringraziamento per quello che lui ci ha sempre dato.”
“Ma cosa possiamo dargli?” chiese il sindaco, che era anche lui un papà.
“Io ho solo le mie biglie.” Disse un ragazzino.
“E vuoi dargliele?” volle sapere il pescatore.
“Veramente mi piacciono molto, ma posso dargliele. Credi che me le restituirà?”
“Devi chiederglielo.” Rispose il pescatore.
Così quella sera i papà e i loro figli, andarono alla spiaggia.
“Mare…” urlava il ragazzino. “Se ti do le mie biglie mi fai giocare con le tue onde?”
Il mare che aveva iniziato a sentirsi molto solo e aveva voglia di parlare con qualcuno si azzittì.
“Chi mi chiama?” si chiese e si sdraiò in silenzio per ascoltare.
Allora il bambino si avvicinò.
“Mare, mi mancano molto le tue onde, giocavamo insieme; ti ricordi? Ci siamo divertiti tanto. Ti ho portato anche le mie biglie, se vuoi giocarci. Ma fammi ricominciare a giocare con le tue onde.”
“Ci devo pensare,” disse il mare. “Torna domani, ma vedi di essere solo. Giocheremo con le onde e con le tue biglie.”
E così fu. Il giorno successivo era una bella giornata di sole e il ragazzino corse alla spiaggia. Le onde lo stavano aspettando e cominciarono subito a giocare con le biglie e con gli spruzzi.
“Domani porta i tuoi amici,” gli disse il mare prima di andarsene, “più siamo e più ci divertiamo. Ho capito che stare solo con tutte le mie onde non mi serve, ma avere tanti amici con cui dividere le cose è il modo migliore di sentirsi ricchi.”
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