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Nuovi italiani

Nati in Italia da genitori stranieri e trattati come “diversi” anche dopo la maggiore età! Insegnanti, autorità e dirigenti scolastici si confrontano sull’educazione interculturale a scuola nel II Convegno Nazionale “A scuola nessuno è straniero”. Di M.Grifi
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La presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane corrisponde al 7,5 % e in Toscana arriva anche al 12%. Non si tratta tanto di minori che arrivano dal loro paese per ricongiungersi con i familiari già presenti in Italia, ma di bambini nati proprio nella nostra penisola da genitori immigrati: la cosiddetta “seconda generazione”. Questo significa che non è più appropriato parlare di “stranieri”, ma piuttosto di “nuovi cittadini”, i quali iniziano il loro percorso scolastico (e di vita) in Italia, paese che spesso conoscono meglio di quello dei propri genitori.

L’argomento è stato altamente dibattuto il 30 settembre presso il Palazzo dei Congressi di Firenze al Convegno Nazionale “A scuola nessuno è straniero” (dal titolo del libro della pedagogista Graziella Favaro, referente scientifica del meeting), a cui hanno partecipato insegnanti e dirigenti scolastici di ogni ordine e grado. La mattina sono stati organizzati cinque seminari diversi in contemporanea che hanno affrontato tematiche relative all’intercultura a scuola: l’integrazione dei più piccoli, l’apprendimento dell’italiano, le scelte formative nella scuola secondaria, la cittadinanza e la scuola, il curricolo interculturale. Molto interessante il racconto di alcune scuole dell’infanzia, tra cui una di Castel San Pietro (BO), che hanno mostrato i progetti di integrazione realizzati con le loro classi coinvolgendo i genitori dei bambini, italiani e non, nella narrazione di storie o nella realizzazione di laboratori attraverso l’uso di lingue e tradizioni culturali differenti. Un metodo per creare una comunità unica in cui i figli sin da piccolissimi imparino ad apprezzare la diversità e il valore della multiculturalità.

Degna di nota anche la relazione del Prof. Franco Favilli, docente di Matematiche Complementari e Direttore del Centro di Ateneo di Formazione e Ricerca Educativa dell’Università di Pisa, il quale ha portato l’attenzione sul cambiamento intercorso negli ultimi anni: dall’emergenza di accogliere i nuovi arrivati in Italia si è passati al bisogno di includerli nei percorsi formativi per evitare i rischi di esclusione, che riguardano anche altri gruppi marginali non necessariamente stranieri. In questa prospettiva l’educazione interculturale diventa “educazione per tutti”, con grande concentrazione sul singolo ed i suoi bisogni seguendo un metodo cooperativo e partecipativo. Non sono mancati esempi di scuole che hanno adottato con successo questo sistema educativo.



Durante il pomeriggio si sono riuniti in una sessione unica tutti i partecipanti con i rappresentanti degli enti organizzatori del congresso: Stella Targetti, Vicepresidente della Regione Toscana delegato all’Istruzione, la già citata Favaro (entrambe nella foto in alto), Carla Ida Salviati, Direttore della rivista dedicata alla didattica interculturale “Sesamo” edita da Giunti Scuola (e delle riviste “La Vita Scolastica” e “Scuola dell’Infanzia”). La parola è stata lasciata ai due giovani ospiti, ormai in età universitaria, “nati in Italia”: Sara Sayed, egiziana, e Hassan El Aouni, marocchino (nella foto in basso). Sara è nata a Milano, dove è tornata a vivere, dopo essere cresciuta al Cairo, a 8 anni. Nella nuova classe in Italia era l’unica bambina straniera, le maestre ed i compagni avevano per lei grande attenzione. L’apprendimento della lingua e la scuola non sono stati tanto difficoltosi, ciò che le ha causato disagio, e che continua tuttora a farla sentire “diversa”, è il concetto di appartenenza: non sa dire quale sia la sua identità, in lei convivono di fatto due culture, ma sono sue e “non-sue” allo stesso tempo. Il confronto con gli adulti, e con i professori universitari in particolare, le ricorda ogni giorno questo enigma: la sua conoscenza della lingua italiana o, viceversa, della cultura dell’Egitto sono sempre un interrogativo per chi si rapporta con lei, un dubbio che genera equivoci, domande e imbarazzi.



Più chiarificatore l’intervento di Hassan: “Io so di essere marocchino, so di essere italiano, so di essere viennese (di adozione), ma soprattutto so di essere milanista!”, afferma. Lui confida di non aver “perso” la sua origine, ma che casa sua è l’Italia, dove è sempre vissuto. Per accettarsi nella sua identità/diversità ha dovuto superare tanti ostacoli causati dagli stereotipi e dalle forme di razzismo che ancora fanno parte di molte persone. Ha capito che la sua diversità è un valore, una ricchezza quando “tu l’accetti e gli altri l’accettano”. Un “nuovo italiano”, quindi, secondo l’affermazione di Marina Bertiglia, Responsabile dei Servizi Didattici del Comitato Italia 150° (organo temporaneo nato in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia), la quale sostiene con convinzione il cambiamento di un’“Italia plurale” (come cita il sottotitolo del convegno) che dopo 150 anni accoglie e include “nuovi cittadini”.

Il meeting si è concluso con il bellissimo intervento di Vinicio Ongini (MIUR) sulle Fiabe Italiane di Italo Calvino: autore nato a Cuba, perché era lì che i genitori vivevano, desiderosi di tornare in Italia. Le fonti delle sue favole sono quasi tutte donne provenienti da paesi diversi, le storie che narrano sono patrimonio comune delle regioni italiane, ma che profumano di terre lontane. Così l’opera di Calvino non si limita a raccontare fiabe locali, ma propone una raccolta di tradizioni nazionali, regionali e straniere, rappresenta un’iniziativa (come è stato il progetto conclusosi quest’anno) che unisce le differenze e che oggi, più che mai, può essere spunto di riflessione per un’educazione interculturale inclusiva.

di Mariagiovanna Grifi
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