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Nativi digitali: chi sono?

Un termine molto usato per definire le nuove generazioni, ma cosa significa realmente? Di Mariagiovanna Grifi
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Di solito si parla di “nativi digitali” per definire i bambini e gli adolescenti dei nostri giorni, nati nell’era tecnologica e quindi sin da subito a contatto con i nuovi media digitali. Il termine nasconde, in realtà, riflessioni un po’ diverse e viene coniato dagli studiosi di una nuova disciplina psicologica detta appunto “psicologia della comunicazione” o anche “psicologia dei nuovi media”.

I nativi digitali sono tutti quelli in grado di usare le nuove tecnologie in modo intuitivo e senza alcuno sforzo. È naturale, quindi, che nel termine siano comprese anche le generazioni “meno giovani” nate negli anni ’70 e ’80… insomma la maggior parte dei genitori di oggi, in fondo, sono anch’essi nativi digitali… nati quando già erano stati inventati i computer e capaci di usare intuitivamente alcuni media (per esempio il cellulare e i suoi sms, le mail o le chat in rete). Cosa distingue, allora, i nativi digitali “adulti” dai nativi digitali “giovani”? La generazione. Esistono ben quattro generazioni diverse di nativi digitali, ognuna di esse è caratterizzata dall’acquisizione di nuove capacità che modificano anche i processi cognitivi, ossia la loro mente. Vediamoli:

GENERAZIONE TEXT: nati negli anni ’70-’80, sono i primi ad essere entrati in una comunità virtuale (mail e chat) e ad aver creato nuovi linguaggi (acronimi e abbreviazioni negli sms). Cambia la concezione dello spazio, si fa esperienza di “luoghi senza luogo” dove incontrare persone, qualsiasi persona, e inizia ad esserci confusione nelle relazioni (parenti e amici sono messi sullo stesso piano dei conoscenti in rete).

GENERAZIONE WEB: nati negli anni ’90, sono ben presto diventati “spettattori”, ossia spettatori partecipi della rete multimediale in grado di operare ricerche sul web in modo autonomo e personale (uso dei motori di ricerca come Google per cercare informazioni). La mente comincia a lavorare in modo diverso, si creano schemi mentali più simili a quelli del computer (più “finestre” che si aprono nella mente, ciò comporta il fare più cose contemporaneamente e perdere, quindi, una fetta di attenzione).

GENERAZIONE DEI SOCIAL MEDIA: nati negli anni 2000, quando si afferma il web 2.0 (ossia i social), cambiano le relazioni e nasce l’interrealtà, ossia uno spazio relazionale ibrido in cui mondo reale e mondo virtuale si mescolano tra loro (si è amici sia nella vita quotidiana che in rete) e si diventa “spettautori”, ossia si creano contenuti sul web (basta pensare a Wikipedia, ai forum e ai Social Network). Questi nativi digitali sono soliti creare la propria identità sociale virtuale che non sempre coincide con quella reale, con le notevoli conseguenze a livello psicologico in termini di emotività e di autostima.

GENERAZIONE TOUCH: nati dopo il 2007, nell’era dei tablet e degli smartphone, i media sembrano essere il prolungamento del loro corpo. Non è più necessario saper leggere e scrivere per usare le tecnologie, i “baby nativi digitali” ampliano i confini del corpo e usano i cinque sensi per relazionarsi con i media. Oltre a cambiare, quindi, la percezione del corpo, diventa possibile fare qualsiasi cosa in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. Aumenta la freneticità del quotidiano, si riduce notevolmente l’attenzione.

Una delle conseguenze maggiori dei cambiamenti psicologici nei nativi digitali riguarda le emozioni. Oggi si parla di “analfabetismo emotivo”. Se i media hanno reso possibile l’aumento delle relazioni interpersonali e di conservare anche i rapporti a distanza, hanno ridotto l’empatia. Come gli ultimi studi rivelano, l’uomo riconosce le emozioni prima negli altri e poi in sé, ma per farlo deve vivere i rapporti face-to-face, altrimenti le emozioni vengono esplorate solo nella nostra mente a livello razionale. Cosa comporta?
Non saperle comprendere, non saperle accettare, cercare di reprimerle ed… essere incapaci di gestirle.

Mariagiovanna Grifi di Sophia e Creatività

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