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La motivazione a imparare

Appartiene solo ai geni o tutti i bambini possono trovare una motivazione allo studio? Piccoli spunti di riflessione. Di Mariagiovanna Grifi
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Ci si lamenta sempre che le nuove generazioni non hanno voglia di studiare, ma forse pochi si preoccupano di capire il perché. Intanto sarebbe opportuno liberarsi, piccoli e grandi, dei luoghi comuni legati alla motivazione: essa non dipende necessariamente dalla personalità dell’alunno o dalla bravura dell’insegnante, né è diretta conseguenza di un atteggiamento esortante dei genitori.
La motivazione è un concetto molto più complesso, che deriva da diversi fattori psicologici e subisce innumerevoli influenze esterne. Prima di tutto ogni comportamento motivato necessita di essere “attivato”, stimolato e diretto verso un obiettivo. Sembrerebbe superfluo – ma purtroppo non lo è – dire che prima di tutto per essere motivati bisogna sapere cosa fare e perché, altrimenti ci sentiamo solo esecutori di ordini altrui. Vale per noi adulti e vale anche per i bambini. Spiegare accuratamente in che consiste il compito da svolgere, che risultato bisogna ottenere e per quale ragione già sarebbe un primo passo verso la “attivazione” motivazionale.

In secondo luogo è importante che il bambino si senta competente, ossia in grado di eseguire l’incarico. La maggior parte degli insuccessi è il frutto di una previsione di fallimento da parte del soggetto, il quale non si sente capace. Sicuramente lavorare sull’autostima, sulla percezione di competenza e sulle aspettative facilita la motivazione. A questo, però, si aggiunge il valore o significato che viene attribuito al risultato da raggiungere, e questo è un altro punto problematico. Imparare qualcosa, addirittura fino agli ultimi anni delle superiori, viene considerato un dovere, non un piacere, per cui si studia per far contenti i genitori o per non deludere gli insegnanti. Difficilmente un ragazzo penserà che lo studio sia utile a migliorare il suo Sé. Le ricerche psicologiche hanno dimostrato, comunque, che i premi verbali (lodi e complimenti) hanno maggiore effetto rispetto a quelli materiali (permessi, voti, regali) proprio perché contribuiscono, in maniera indiretta, al miglioramento della propria autostima. Certo sarebbe bellissimo se il bambino capisse che ogni tassello di conoscenza lo rende una persona migliore, più ricca e più capace, ma non è impossibile se già da piccolissimo fosse stimolato a comprenderlo. In fondo esistono tanti studenti meritevoli fortemente motivati.

Infine non si possono tralasciare le influenze ambientali ed emotive. Il gruppo, le situazioni e lo stato d’animo sono fattori potentissimi sulla motivazione e sulla demotivazione. Molti affermano di voler andare bene a scuola per dimostrare agli altri (i compagni) di non essere incapaci, altri sostengono di voler essere i migliori a tutti i costi, altri ancora si preoccupano di essere ben preparati anche per aiutare gli altri. Sono tutte convinzioni di tipo sociale che condizionano la motivazione: la paura di essere esclusi da un gruppo o di essere derisi, il bisogno di affermazione di sé e di approvazione da parte della scuola, l’istinto alla cooperazione e alla solidarietà. Conoscere gli obiettivi motivazionali dei bambini, il perché fanno qualcosa, facendo loro semplici domande, potrebbe essere un ottimo punto di partenza per lavorare sulla motivazione ad apprendere. Naturalmente essa è facilitata in un contesto sereno, tranquillo, rassicurante, quando il soggetto trova sostegno, aiuto, disponibilità e affetto. Sono le piccole cose che li rendono grandi.

Prof. Mariagiovanna Grifi
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