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Influenza sociale: perché ascolta gli amici e non me?!

Durante la crescita dei figli i genitori si possono trovare di fronte un “nemico” inaspettato, ossia i loro amichetti. Di Mariagiovanna Grifi
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Aristotele diceva che l’uomo è un «animale sociale» e gli studi di psicologia più recenti gli stanno dando innegabilmente ragione. Non tutti sanno, infatti, che sono stati individuati dei neuroni specifici (i “neuroni specchio”) che potrebbero dimostrare la predisposizione naturale dell’essere umano ai rapporti sociali. Pare che questi neuroni si attivino per farci condividere le emozioni delle persone che ci stanno intorno ed emozionarci con loro. Una sensibilità sociale che avrebbe origine proprio nel cervello, insomma!

Questa potrebbe essere una delle spiegazioni ai risultati di altri importanti studi di psicologia sociale che hanno posto l’attenzione su quanto gli individui siano inclini a farsi influenzare dagli altri. Che significa “influenza sociale”? Significa che noi tutti, piccoli e grandi indistintamente, in presenza di altre persone, possiamo cambiare i nostri pensieri, i nostri comportamenti e persino i nostri sentimenti. L’influenza degli altri è potentissima, anche se tendiamo a sottovalutarla. Quando un bambino o un adolescente si lascia influenzare dagli amici la reazione degli adulti è sempre un po’ incredula, piuttosto indignata. Soprattutto nel caso in cui ascoltare gli amici corrisponde a disobbedire ai genitori. Si tratta di una questione parecchio complessa.

Esiste una tendenza innata dell’uomo a seguire la maggioranza. A uniformarsi al pensiero e al comportamento degli altri. Una tendenza che parte da un’esigenza molto semplice: il bisogno di appartenenza, il desiderio di sentirsi parte di un gruppo e la possibilità di instaurare relazioni forti e sincere. Ma a quale prezzo? A volte per “farsi degli amici” si è chiamati a superare delle prove. È una faccenda antipatica, ma reale. Gli amici, prima di diventare amici, fanno una sorta di selezione, verificano le caratteristiche della persona e, anche, la sua eventuale fedeltà. Questo accade tra adulti, figuriamoci tra bambini! Il problema è: se il gruppo chiede (o suggerisce) al bambino di fare qualcosa che ai suoi genitori non va bene, il bambino può scegliere di obbedire ai suoi e rinunciare agli amici o, molto più probabile, tentare la fortuna per ottenere l’amicizia.

Gli esperimenti di psicologia sociale hanno dimostrato che un’alta percentuale di adulti, pur di non essere esclusi dal gruppo, sono disposti a cambiare le proprie abitudini, calpestare le proprie idee, fare anche del male se necessario. La paura di rimanere soli per alcuni è uno spettro che terrorizza, una minaccia incombente. Vale ancor di più per i bambini che, nel percorso di crescita, hanno bisogno di sperimentare e sviluppare sia le loro capacità personali che sociali. Gli altri sono importantissimi. Questo non significa che i genitori debbano sottostare ai “giochi” degli amichetti che, improvvisamente, si intromettono nel rapporto con il loro bambino. Semplicemente, nell’intervenire e riportare l’ordine e l’armonia familiare, ricordarsi sempre che quegli “altri” sono una forza psicologica potentissima, lottare contro di loro potrebbe avere delle conseguenze disastrose sia a livello emotivo che comportamentale. Il bambino potrebbe rinunciare agli amici e soffrire, oppure decidere di ascoltarli e ribellarsi ai genitori. Cosa fare allora?
Focalizzare più l’attenzione sul proprio figlio (e non sui piccoli “nemici”), insegnargli a porre su una bilancia le sue azioni, i suoi pensieri e le sue emozioni… Con il tempo imparerà a soppesare anche le persone che ha intorno.
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