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“In classe ho un bambino che…”: insieme per una scuola nuova

Riflessioni sul convegno organizzato dalla casa editrice Giunti e dalla rivista “Psicologia e scuola”. Di Mariagiovanna Grifi
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Ogni giorno a scuola si incontra resistenza verso una nuova didattica. Resistenza da parte degli insegnanti che non accettano di dover modificare il loro lavoro. Resistenza da parte di studenti e famiglie, che preferiscono lamentarsi sempre delle stesse cose, piccole, banali, invece di pretendere un cambiamento reale ed efficace.
Siamo nel 2015. Ma a scuola sembra che il tempo scorra più lento.
Nel quotidiano e fuori dall’ambiente scolastico gli studenti ricevono miliardi di stimoli, anche a causa delle mille attività organizzate per loro dai genitori, poi arrivano in classe e dovrebbero accontentarsi di un docente, una lavagna e un libro! Per non parlare poi di coloro che a scuola avrebbero bisogno di qualche strumento in più per essere al passo con gli altri. Al convegno nazionale “In classe ho un bambino che…” – tenutosi il 6 e il 7 febbraio 2015 presso il Palazzo dei Congressi di Firenze - si respirava aria nuova. Certo a parlare c’erano gli esperti, psicologi e professori universitari, che nella scuola mettono piede raramente; ma si spera che ad ascoltare ci siano stati molti insegnanti con la voglia davvero di cambiare.

Naturalmente gran parte delle sessioni sono state dedicate alla diversità, nella sua accezione più ampia. D’altronde lo rivela già il titolo del convegno: oggi a scuola le casistiche sono varie e diverse, tutte estremamente complesse. In classi di circa 25/28 alunni non esiste alcuna omogeneità, ogni studente ha delle esigenze specifiche, più o meno incombenti; in qualche modo l’insegnante si deve “attrezzare” per approcciarsi con ognuna di esse. Oltre alle disabilità previste dalla legge 104/1992, ai DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento quali Dislessia, Disortografia, Disgrafia e Discalculia) tutelati già dalla legge 170/2010, si è posta particolare attenzione sugli studenti raccolti nella categoria chiamata BES, introdotta dalla Circolare Ministeriale del marzo 2013 (documento che indica gli strumenti di intervento per gli alunni con “bisogni educativi speciali”).
Per la prima volta esiste una legge che tutela e supporta i ragazzi che frequentano la scuola in notevoli situazioni di disagio, si tratta di quei soggetti che in passato venivano, indirettamente, esclusi dal percorso scolastico a causa della “dispersione” (ragazzi che appena possibile abbandonavano la scuola perché incapaci di affrontarla). Tra questi vi sono gli studenti stranieri (per lo più con carenze linguistiche), i ragazzi in situazioni di svantaggio socioeconomico e culturale o che presentano disturbi evolutivi specifici (per esempio l’ADHD - Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività). La presenza a questo congresso di nomi come Cesare Cornoldi, Giacomo Stella, Alberto Oliverio, Pietro Boscolo, Daniela Lucangeli, Renzo Vianello e tanti altri era senz’altro segno di garanzia.

Il convegno ha affrontato anche tematiche più teoriche, ma che presentano un riscontro operativo interessante nella scuola: ad aprire il simposio di venerdì pomeriggio un gruppo di docenti universitari guidato da Giuliana Pinto, che ha parlato di come le teorie delle maggiori scuole psicologiche possano essere applicate nelle classi. Se l’approccio psicanalitico (esposto da Emilia Ferruzza) pone più attenzione sulle emozioni e sulle relazioni fondamentali (genitoriali), quello comportamentista (portavoce Fabio Celi) evidenzia il valore del rinforzo (inteso non necessariamente come premio materiale, ma anche solo come riconoscimento di un lavoro ben fatto); a questi due principali sistemi di riferimento si affianca quello cognitivista che oggi si sviluppa anche nell’ambito delle neuroscienze, le quali danno contributi interessanti per meglio comprendere il processo di apprendimento.

Due, a nostro avviso, i momenti più interessanti in termini di novità e progettazione per una scuola nuova: il simposio dal titolo “Le tecnologie a scuola” diretto da Stefano Cacciamani e il laboratorio di Thomas Rivetti sulle “Tecniche di gestione dell’apprendimento cooperativo”.
Ecco uno dei principali temi su cui si evince la riluttanza degli insegnanti di cui si parlava all’inizio: le nuove tecnologie. È una guerra persa in partenza. Non sarà l’ostilità degli adulti (docenti o genitori) a sconfiggere l’innovazione tecnologica. È più facile che siano le tecnologie a sconfiggere - simbolicamente – le generazioni precedenti. Ma in questa lotta inutile chi ne paga le conseguenze sono i giovani, conquistati dai media digitali senza averne la “competenza” e privati del supporto degli adulti che preferiscono “demonizzare” le tecnologie piuttosto che conoscerle per indirizzare i piccoli ad un uso sapiente.

Promotore di un modo tutto nuovo di insegnare è anche Thomas Rivetti, psicologo e psicoterapeuta di Padova specializzato in Apprendimento cooperativo. Un approccio diverso al gruppo classe, dove gli alunni diventano i veri protagonisti del loro percorso formativo, il quale comprende sì la didattica, ma anche le relazioni. Rivetti ha spiegato quali sono le attività cooperative che possono essere sperimentate a scuola; si tratta di momenti unici in cui l’insegnante si fa da parte, restando come supervisore, e lascia agli studenti la possibilità di essere “attivi” o tramite giochi volti alla conoscenza dell’altro o attraverso compiti più o meno complessi da svolgere a piccoli gruppi. Un metodo di insegnamento/apprendimento poco utilizzato nelle classi, se non qualche rara volta da docenti che desiderano provare nuove forme di didattica, ma si sentono poi schiacciati dal sistema con i moduli e i programmi da rispettare durante l’anno. L’apprendimento cooperativo è faticoso, prende tempo ed energia. Ma una volta avviato permette al gruppo classe di lavorare con disciplina, passione e motivazione. Al centro non c’è più il docente e il suo piano di studi, ma ci sono loro, i ragazzi, desiderosi di “fare”, di acquisire capacità e competenze e non solo conoscenze che vengono memorizzate in vista di interrogazioni, compiti o esami.

Ascoltando questi interventi viene da pensare che una nuova scuola sia possibile, dove la didattica diventa stimolante, divertente, intrigante, perché a costruirla non sono gli adulti – così distanti spesso dal mondo degli studenti – ma i giovani, con i loro talenti, i loro gusti, le loro immense potenzialità, assopite forse, ma pronte a esplodere se si trova la via giusta per innescarle.

Mariagiovanna Grifi

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