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Il voto sono io

È giusto identificarsi con il risultato? Cosa accadrebbe in una scuola senza voti? E se rinunciassimo alla competitività? È più importante primeggiare o rafforzare il proprio valore di essere umano? Di Elisa Staderini
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In una società come la nostra, la competitività si impara fin da piccoli, sui banchi di scuola.
Bisogna primeggiare sempre e comunque, il voto a quanto pare è ciò che più conta in classe e fuori. Acquisire sempre più competenze, essere sempre i migliori, puntare solo al successo scolastico.
Ma diciamolo, concentrandosi solo sulla prestazione e sul voto, spesso si rischia di tralasciare quelle doti che fanno di un ragazzino un vero essere umano, a prescindere dal mero risultato.

Anniek Cojean in “Les mémoires de la Shoah, Le Monde, nel 1995 racconta che “… I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette”.
La scuola ha il dovere di aiutare gli allievi anzitutto a diventare umani per non creare solo “mostri” educati preparati alla perfezione.

In questo i genitori hanno un ruolo basilare: sono responsabili della felicità dei propri figli, sono loro che hanno il compito di insegnargli l’accesso a quelle risorse emotive di valore e di stima che non coincide assolutamente con il voto che prendono.
Il voto assegnato è la valutazione del compito e non dello studente. Ma per i bambini non è per niente facile distinguere questo fatto, tanto che nella loro mente si fissa la credenza limitante “il voto sono io”. E basteranno forse appena due o tre compiti in classe per vedersi per sempre come un “quattro”.

Un ragazzo non dovrebbe studiare perché “deve” prendere un bel voto, ma perché gli piace, perché desidera apprendere. Ma a parte rari casi, questo è ciò che accade. Poco importa se in classe ci si annoia e se dopo l’interrogazione ci si dimentica tutto. Quel che conta è portare a casa il voto che mamma e papà dicono serva per diventare grandi di successo.

Una scuola alternativa però già c'è. In Finlandia, paese detentore del miglior sistema educativo mondiale, gli insegnanti tendono a non dare valutazioni negative perché questo rischia di diminuire la motivazione degli allievi e indirettamente di aumentare la disuguaglianza sociale. Qui il focus viene centrato sullo studente e sulle relazioni: si dà più importanza alla responsabilità e alla fiducia che alle verifiche o agli esami.

In una lettera al figlio Hans Albert, il grande Einstein svelva il segreto dello studio: «È questo il modo per imparare di più, quando fai una cosa con talmente tanto divertimento che non ti accorgi del tempo che passa».
Divertimento quindi, ecco il modo per apprendere davvero e con facilità.

E se trovassimo modi divertenti di imparare? E se a questo unissimo una scuola senza voti, cosa accadrebbe? Come potrebbe essere rinunciare a quella competitività che caratterizza l’educazione nel nostro paese? Magari potremo diminuire la voglia di voler prevaricare per forza su tutto e su tutti.
Impariamo piuttosto a sostenere il bambino affinché rafforzi le proprie competenze emotive, di pari passo certo a quelle scolastiche. Perché questo è l’unico modo per assicurargli un futuro in cui sia in grado di elaborare difficoltà e frustrazioni che verranno.
Impegniamoci a insegnare ai nostri figli come sviluppare la consapevolezza di sé, cosi come l’abilità nel trasformare le proprie emozioni negative, oltre che ad accedere a quella sensibilità verso gli altri così da creare rapporti sociali basati sull’empatia.
Questo ci rende davvero esseri umani.

Elisa Staderini
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