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Due sfide per il futuro: lavoro e figli

"Senza stipendio non posso mettere al mondo un figlio."  "Se ho un lavoro non posso rischiare di perderlo a causa della gravidanza."
Questa è la condizione paradossale in cui si trovano le donne del Duemila.
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Siamo nell’era delle scommesse! Tutto ciò che un tempo era naturale, faceva parte del corso della vita e non poteva mai essere messo in discussione, oggi si rivela incerto, spesso diventa “qualcosa per cui si deve rischiare”. L’uomo sembrava essere nato per lavorare e procreare, in un termine più ampio: per produrre. Oggi, nel 2011 (ma purtroppo già da qualche anno), lavoro e genitorialità sono due obiettivi che a fatica bisogna raggiungere.

A poco o niente sono servite tutte le leggi atte a tutelare la donna lavoratrice, a partire dall’art. 37 della Costituzione sui diritti e sulla retribuzione delle donne (http://www.governo.it/Governo/Costituzione/1_titolo3.html), così come la legge del 1971 per le lavoratrici madri (Legge 30 dicembre 1971 n. 1204) e le “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità” (Legge 8 marzo 2000 n. 53 - http://www.parlamento.it/parlam/leggi/00053l.htm ). Se è vero che esiste il congedo di maternità e la relativa indennità durante la gravidanza ed i primi mesi del bambino (astensione obbligatoria dal lavoro per un totale di 5 mesi, prima e dopo il parto), è vero anche che non usufruiscono di queste misure le donne appena laureate o con “contratti di formazione” quali stage e tirocini (che oggi sembrano essere le uniche occupazioni per i giovani), per cui le potenziali mamme sono vittime di un precariato che non dà loro nessuna certezza né per il presente né per il futuro.

Relativamente a questo argomento l’ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) ha condotto una ricerca (i risultati sono raccolti nel libro “Occupazione e maternità”) da cui emerge una situazione alquanto paradossale: la possibilità di fare figli diminuisce con l’aumento della disoccupazione, mentre le lavoratrici riescono a malapena a conciliare maternità e impiego. Ciò avviene soprattutto per i seguenti motivi: la cura e la formazione di un figlio non sempre può essere “finanziata” da un solo stipendio familiare, inoltre la partecipazione dei padri alla conduzione domestica non è ancora giunta a eguagliare quella delle madri, sebbene la situazione sia molto migliorata negli ultimi dieci anni. In ultimo si registra in Italia una notevole carenza di servizi per l’infanzia, strutture a cui le madri potrebbero affidare i propri figli durante l’orario di lavoro.

A quanto già detto si aggiunge il dramma del licenziamento in seguito al parto. Benché vi sia un divieto legislativo di licenziamento della lavoratrice dall’inizio della gestazione fino al compimento del primo anno del bambino, in realtà molte donne vengono “demansionate” (ossia vengono loro affidate mansioni inferiori rispetto a quelle che adempivano prima della gravidanza) o addirittura costrette in vario modo a lasciare il lavoro. Come se non bastasse la fatica emotiva che una madre compie nel momento in cui, finito il periodo di congedo, torna a lavoro separandosi dalla sua creatura!

Il problema maggiore deriva spesso dalla mancata conoscenza di tutte le reali misure di previdenza sociale disposte dalla legge, ma purtroppo oggi la maternità non è tutelata a dovere. La situazione sociale ed economica del paese non consente a tutte le famiglie di avere uno stile di vita adeguato e mettere al mondo i figli non è più tanto un atto di estrema responsabilità, come lo era prima, ma piuttosto consiste nella “scelta di rischiare”. E diciamocelo: non tutti se lo possono permettere.

Di Mariagiovanna Grifi
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